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Da Nilo Marocchino

IL MIO CAMMINO SUI PASSI DI FRANCESCO

8 aprile 2007, domenica

Cristo è risorto, ma è vivo in noi?
Alla parrocchia di San Bernardino, convento francescano, la Messa domenicale delle 9,30 è officiata da padre Renato, un sacerdote mite e schivo. Ha un timbro profondo ed un parlare sottovoce, che il microfono non sempre riesce ad amplificare. La celebrazione fila comprensibile nelle preghiere note, ma l'omelia talvolta sfugge, un poco per questo parlare uniforme e quieto, un poco anche per la mia naturale propensione alla distrazione.
Ma una domanda perentoria mi ha raggiunto.
Cristo è risorto, ma è vivo in noi?
Sia questo messaggio il motivo emergente che guidi il mio peregrinare.
Domattina partirò per la Verna e da qui, a piedi, seguirò le orme terrene di San Francesco.


Occorre ancora trascorrere questa notte di servizio in farmacia. Mi tocca, sono lì per questo, mi dico, ma pesa. Si alternano chiamate importanti e banali; ma come posso io giudicare?
Sono ancora totalmente immerso nel mondo che ha bisogno di me, e questa notte ciò mi disturba. Attendo con impazienza il distacco dal contingente Evidentemente non sono un buon samaritano.
Posseggo un cuore avaro di carità, valore essenziale per chiamarsi cristiano. Il mio cammino è ancora lungo.
Ci mediterò sopra.


9 aprile 2007, lunedì

In farmacia notte disturbata, quindi sveglia alle 6,30. Luisella mi accompagna in auto a Savigliano.
H. 7,30: salgo sul treno per Torino. Di lì prendo l'intercity che scende a Pisa.
Viaggio tranquillo sotto un cielo che in Liguria ingrigisce. Tra le gallerie scorci di un mare livido e liscio.
Pisa, Firenze, il sole. Mezz'ora tra un treno a l'altro mi permettono due passi in piazza Santa Maria Novella.
Una breve visita, una preghiera?
A quest'ora nel luogo sacro sono accetti solo i turisti muniti di biglietto: non Chiesa ma museo. No, grazie. Nel mio peregrinare altre Chiese mi accoglieranno, spero.
Ad Arezzo vengo a sapere che che da Bibbiena questa sera non ci sono autobus per salire a la Verna.
All'ufficio del Turismo, fortunatamente aperto, una hostes gentilissima e per di più graziosa si fa in quattro e mi prenota l'hotel per la notte a Bibbiena. Arriverò alle 19 e domani in qualche modo raggiungerò la Verna.
Ho quasi un'ora in attesa del treno di Bibbiena. Esco per la città. La chiesa di San Francesco è aperta. Entro per ammirare il Miracolo della Croce di Piero della Francesca. L'affresco riveste interamente il coro. Rappresenta una serie complessa di momenti biblici e cristiani dalla morte di Adamo all'incontro del re Salomone con la regina di Saba, dal sogno di Costantino alla battaglia vittoriosa su Massenzio. Un miracolo di geniale geometria prospettica con l'incanto dei cieli e la luce trasparente dei paesaggi toscani. La chiesa è affollata di turisti ma l'ambiente dona ugualmente una profonda emozione.

Dal confortevole trenino che risale l'alta valle dell'Arno godo del verde intenso già punteggiato dal rosso vivo dei primi papaveri. Scorrono gli alberi fioriti, bianchi, rosa. Mi accompagnano il fluire fresco dell'Arno, qui un torrente giovane e allegro, e le colline dove le ombre incominciano ad allungarsi in verdi più cupi. Nell'ultimo sole, incastonate tra poggi e boschi, ville e casali.
Una giovane ragazza sorridente fa da controllore e a me, un po' straniero, e indica con gentilezza la stazione a cui scendere.
Il trenino riparte e si allontana. Resto solo sulla banchina deserta. Devo raggiungere il paese in cima alla collina: quasi due chilometri di erta salita.

Oggi, tutti apertamente disponibili alle informazioni che chiedevo; un conforto per il viaggiatore, che ne ha bisogno ad ogni svolta, ad ogni stazione. Una macchia appena, piccola piccola.
In San Francesco ad Arezzo, scorgendo un religioso che girava tra i turisti, ebbi l'idea di chiedere sulla credenziale un timbro come segno della mi visita.
Mi guarda interrogativo e perplesso.
"Chi è costui? Sarà uno dei soliti giramondo originali" immagino pensi.
Con atteggiamento sbrigativo risponde:"Pellegrini? Qui non ne passano."
Turisti si, tanti. Penso.
Si allontana. Lo seguo per la vasta navata. Insisto.
Ma sì. Di suo pugno segna: 9 aprile, basilica di San Francesco, Arezzo.
Questo mi basta. Ringrazio.
Considerazione: umiltà nel chiedere, pazienza nel sentirsi considerati estranei. La strada dell'umiltà continua a presentarsi aspra. Alla prima perplessità che incontro geme la ferita dell'orgoglio.


Borgo Antico è il nome dell'albergo in cui pernotterò. Occupa una casa medievale. La finestra della camera si affaccia alla stretta via in salita che conduce alla piazza che domina la vallata dell'Arno.
La cena è gustosa e schietta, i gusti tradizionali di un agnello dal taglio spesso. I pranzi di Pasqua e di Pasquetta sono conclusi: è rimasto questo in pentola. Richiamato da un buon cucchiaio di olio verace, è un piatto squisito.
Rinfrancato salgo alla piazza da cui si apre la valle, una costellazione di luci. Sono momenti di irripetibile suggestione che ripagano l'irrequietezza che spesso mi spinge a lasciare le sicurezze domestiche.
Emozioni, intuizioni, voli pindarici di fantasie esaltanti: tutto è possibile nel sogno. Arrivano a colorare l'immaginazione e si estinguono come lampi. E non ne serbi memoria. Ma è già meraviglioso possederli per un attimo.

" Spesso io mi domando: non sono io un folle lieto di stare solo e che dai fantasmi della sua
solitudine si foggia una compagna e una sposa per la sua anima?"
Gibran

10 aprile 2007, martedì


L'autobus mi lascia alla Beccia, un gruppo di case ai piedi della rupe su cui si trova il convento della Verna. Il sentiero che conduce al complesso religioso è lastricato da antiche pietre che hanno conosciuto i passi di pellegrini e di santi. Poco più di un quarto d'ora di ripida salita all'ombra del bosco. A circa mezza via, in un gomito di strada, una cappellina segna il luogo dove una moltitudine di uccelli si raccolse intorno a Francesco.

…E appressandosi a piè del sasso proprio
della Verna, si piacque a Santo Francesco
di riposarsi…ecco venire una grande torma
di diversi uccelli, li quali con cantare e battere
d'ali mostravano tutti grandissima festa
e allegrezza…
Fioretti

Il convento nacque come ermo francescano. Fu il conte Orlando Catani di Chiusi, che, convertito dalle parole di Francesco, donò il monte.


Io ho in Toscana un monte devotissimo
Il quale si chiama il monte della Verna
Lo quale è molto solitario e selvatico ed è
Troppo bene atto a chi volesse fare penitenza,
…….. S'egli ti piacesse, volentieri
io ti donerei a te e a' tuoi compagni
per salute dell'anima mia.
Fioretti

Il convento appare deserto. Sono circa le 9 ed i frati sono ancora ritirati in clausura. Nella quiete ammiro gli altari robbiani, l'Annunciazione, con il volto della Vergine docile e sereno, la Crocefissione, composizione drammatica in cui, artificio singolare sole e luna esprimono con un grido la drammaticità dell'evento, la Madonna degli Angeli, infine, bianco e azzurro rivelano la gioiosa purezza del paradiso.
Il negozio degli oggetti religiosi è appena aperto. Faccio imprimere sulla credenziale il timbro ed acquisto un minuscolo tau che porterò al collo, segno di adesione spirituale al peregrinare francescano.
Lascio il viale del santuario verso le dieci mentre i pulman iniziano a scaricare i primi visitatori.
Ombra e raggi di luce filtrati dal folto degli alberi, cielo azzurro, una brezza che rinfresca, canto gioioso di uccelli.
La sterrata si allaccia in prossimità del valico di Spino alla strada provinciale che scende a Pieve Santo Stefano.
Qui incontri il Tevere, un modesto torrente. Ho percorso i primi 16 chilometri ed è quasi l'una del pomeriggio. E' ora di un buon piatto di tagliatelle in trattoria.
Riparto di nuovo pieno di energie. La provinciale tiberina è poco frequentata e cammino tranquillo. Paesaggio aperto sulla vasta valle. In basso scorre la frequentata superstrada che collega Perugina con Cesena. Contorno l'interminabile lago artificiale di Montedoglio.
Compare infine la periferia di Sansepolcro.
Prevedevo circa 15 chilometri. Quando arriverò al convento dei cappuccini ne avrò percorsi ben 19 solo nel pomeriggio. E ancora mi attende in ultimo una faticosa salita.
Un laico mi accoglie e mi conduce in una cameretta linda, una semplice antica cella riattata per accogliere gli ospiti. Un letto, una sedia, un tavolino, un modesto armadio, un crocefisso ed una finestra che guarda la valle.

Cena in convento. Tre padri francescani ed altri ospiti, una quindicina in tutto.
Il padre guardiano, una figura paterna, piacevolmente tonda, aspetto benevolo, mi dà il benvenuto. Seguono la preghiera e la cena.
Provo una sensazione di pace e di protezione, come trovarsi in una zona franca in uno spazio di tregua dall'agitarsi del mondo.
Salgo in camera. La valle è un pullulio vivo di luci, in alto risponde il cielo stellato. Mi sento piccola cosa.

Se guardo il cielo
opera delle tue mani,
la luna e le stelle che hai creato,
cos'è l'uomo perché te ne ricordi
e il figlio dell'uomo perché te ne curi?
Salmo 8

Mi corico tra lenzuola fresche di bucato. Aspetto una notte senza sogni.


11 aprile, mercoledì


Esco dal convento poco prima delle otto. Alla chetichella lascio le chiavi sulla scrivania della direzione con un biglietto di ringraziamento. Non c'è anima.
Scendo in città e vado a fare colazione. Nella cinta delle antiche mura è conservato come in uno scrigno il centro storico: vie strette dove senti il rumore dei passi, studenti ed impiegati che vanno ad iniziare la giornata.
La tradizione narra che Sansepolcro venisse fondata da due pellegrini, Arcano, spagnolo, ed Egidio, greco. Di ritorno da Gerusalemme avrebbero portato con sé preziose reliquie. Una notte, nella valle tiberina, ebbero in sogno una visione che chiedeva di fondare una città in onore del Santo Sepolcro. Dai feudi vicini arrivarono molti contadini che si aggregarono al primo nucleo. Il resto è storia.
Oggi, tra le mura, è conservata l'atmosfera medievale in cui mi piace immaginare il nativo Piero della Francesca. Fuori, purtroppo, come in quasi tutte le cittadine, nuove costruzioni, palazzi e capannoni, hanno snaturato l'antica armonia. Un debito da pagare al benessere.
L'itinerario suggerito dalla guida suggerisce di passare il Tevere ed andare a Citerna, paese di origine etrusca. L'impazienza mi porta ad imboccare la strada sbagliata. Caparbiamente insisto e vado a perdermi tra i campi lungo il fiume. Incontro infine un contadino: di lì andrei da nessuna parte, tocca ritornare a Sansepolcro. Quasi dieci chilometri di passi inutili e due ore di cammino. Non mi scoraggio. La giornata è appena iniziata e le energie si sprecano.
Circa 5 chilometri a sud di Sansepolcro è segnato il confine tra Toscana e Umbria. A sinistra un piccolo borgo arroccato ad un colle, Compaia, fu sede di una minuscola repubblica indipendente, nata sui confini tra Granducato di Toscana e Stato Pontificio. Zona franca di commerci e di contrabbandieri, godette di una certa prosperità sino a quando, nel 1826, fu accorpata allo Stato Pontificio.
Percorrendo la nazionale arrivo a Città di Castello. Il GPS segna già 26 chilometri.
Pranzo in una modesta bruschetteria, cibo abbondante e cortese disponibilità, anche nel fornirmi indicazioni sul percorso del pomeriggio.
Intendo pro seguire ma Pietralunga, prossimo paese che dovrei raggiungere, dista ben 30 chilometri e non ci sono punti più prossimi per fare tappa. E' troppo. Cambierò così radicalmente il percorso seguendo la valle del Tevere verso Umbertide.
Prima di Umbertine, invece, ad una dozzina di chilometri, è segnato un paese, Trestine. La Proprietaria della bruschetteria mi ha assicurato che c'è un buon albergo. Speriamo in bene.
Camminare nel caldo pomeriggio sulla statale è faticosissimo. Traffico continuo da cui difendersi e monotonia Soltanto macchine che corrono e camion che ti sfiorano, non un'anima a cui chiedere informazioni: Capannoni industriali e cancelli chiusi, non un bar per una modesta cocacola.
Alla fine arrivo alla deviazione per Trestine, al di là del Tevere. E' indicato ancora un chilometro, ma il cartello si ripete identico dopo dieci minuti di cammino. Raggiungo il lembo della collina a cui è addossato il paese.
L'hotel Mencuccio, un buon albergo rinnovato, è un'oasi a cui arrivo disidratato. Per prima cosa chiedo una bottiglia di acqua minerale. Naturalmente gasata, fresca e splendida, me la bevo in un attimo. Riconosco l'etichetta: acqua di Monticchio. Sgorga in Basilicata. Anni fa passai presso le sorgenti. Pedalavo con Beppe ed Enrico verso Brindisi. Anche allora placò la nostra sete.

Non sono la persona giusta per assecondare guide e manuali. Sono troppo individualista per ascoltare "svolta a sinistra…dopo cento metri, a destra…". L'impazienza spesso mi impedisce di consultare, controllare la strada giusta. Vado un poco a naso, gran difetto, e interpreto l'itinerario a modo mio col rischio di cacciarmi nei guai o perlomeno nei problemi.
Oggi, ad esempio, mi sono smarrito in un tratturo che andava a morire tra i rovi. Sono stato costretto a ritornare sui miei passi. Due ore di fatica sprecata. Di conseguenza ho dovuto rinunciare a Pietralunga ed optare per la valle del Tevere. Vedrò comunque una città che ancora non conosco, Umbertide. Variazioni, incognite, scoperte, anche così è bello.


12 aprile, giovedì

Da Trestine una tranquilla strada provinciale conduce ad Umbertine lambendo le basse colline che in questo punto restringono la valle tiberina. Verde intenso nei prati ed azzurro in cielo, colori distensivi che esprimono un'entusiasmante bellezza. Nasce spontaneo nell'animo il ringraziamento al Creatore per essere io qui, immerso in tanta serenità. Il mondo potrebbe davvero sembrare un paradiso, un giardino di perfetta armonia. Rompono l'incanto alte imprecazioni che arrivano da un casale poco discosto. A chi, per cosa, perché? Chissà. Non tutti evidentemente in questo momento stanno in pace. Mi ridesto da una fugace illusione. La vita continua con i suoi banali conflitti.
Ad una svolta è già tutto alle spalle. Attraverso il ponte sul Tevere ed entro in Umbertine.
Le cittadine di questa regione rappresentano sempre un'oasi piacevole. Racchiuse da antiche mura, talora addirittura di origine etrusca, riservano al viaggiatore intima quiete, ombra discreta, frescura riposante, tregua dal chiasso moderno. Riscopri la musica dei passi, sempre diversi, il battere di un artigiano, il conversare di due donne alla spesa, il salutarsi frettoloso di impiegati che corrono al lavoro.
Cammini nel labirinto dei vicoli e sbocchi nella piazza centrale. Ombrelloni multicolori che danno ombra a tavolini a mezza mattina già affollati. Entri nel bar, deponi il sacco in mezzo a gente che
Adocchi una focaccia farcita. Dopo due ore di cammino è meritata.

Di qui a Gubbio mi aspettano ancora circa 30 chilometri. Sono le 11. Parto a testa bassa e con pazienza. La giornata sarà ancora lunga e faticosa.
I primi 7 chilometri sono bellissimi, salgono ad un colle per scendere ad allacciarsi alla statale 219, evitando la trafficata via Flaminia.
Ad Umbertine ho comperato due arance che sbuccio con calma e ne gusto con voluttà il liquido sapore per dissetarmi.
Sceso sulla 219 l'idillio finisce. La strada è stretta. Il continuo passare di autotreni mi costringe ad un'attenzione estrema. Spesso cammino nell'erba del ciglio o rasento i muri di contenimento. Alla vista di un camion spero sia l'ultimo, o quasi. Ma un rumore lontano ne annuncia subito un altro. Caldo, sete e stanchezza incominciano ad appesantire il cammino.
Provvidenzialmente in una curva compare una vecchia casa. L'insegna indica che è una trattoria. L'ingresso è nella scarpata, vicino al torrente. Scendo. Una porta aperta mostra un locale dalle tinte scure, divani, nessuna finestra. Un locale notturno di bassa lega? Ma ora è giorno pieno e al bar accanto chiedo ad una donna, non più freschissima, se è possibile mangiare un boccone. Dal parlare pare dell'est, con pronta disponibilità mi prepara un buon piatto di lasagne.
Sono seduto sotto il pergolato e poco più in basso chiacchera il torrente, un vento leggero gioca con le foglie inventando ombre sempre nuove.
Un po' di relax. A pancia piena consulto la carta stradale: a Gubbio ancora 18 chilometri.

E' stato un pomeriggio pesante. Alla fine è comparsa Gubbio, bianco scoglio arroccato alla collina lontana.
Ancora 6 chilometri. Credi di essere ormai arrivato, ma il passo diventa sempre più lento e la distanza pare allungarsi.
Compaiono gli autobus urbani, buon segno, sono entrato nella periferia. Cerco di tenere un passo disinvolto ma sto soltanto più trascinandomi alla ricerca di un letto. Ancora le mura, il viale, l'anfiteatro romano. Arrivo in piazza 40 Martiri, la grande piazza da cui inizia la salita al centro storico. Adocchio un albergo. 42 chilometri sono stati tanti e sono stanco, mi voglio trattar bene.
All'hotel Oderisi c'è posto ed il prezzo è equo, anche per un pellegrino.

Con una doccia anche la stanchezza se ne va. E, anziché riposare e riordinare gli eventi della giornata, eccomi fuori "a far quattro passi" per la città come non fossero sufficienti quelli di oggi. Tira vento, gli nocchi arrossati dal sole e dall'aria danno fastidio. Per raggiungere il Palazzo dei Consoli occorre cercare le viuzze più nascoste e salire chino a proteggermi dalle folate.
Da lassù, al di là del muro, si estende lo sguardo sui tetti della città e sulla piana. Verso sud, oltre le colline, immagino Assisi ancora lontana due giorni di cammino.
Da laggiù, alle soglie del '200, Francesco era giunto fuggitivo dopo aver rifiutato ricchezze e profitto, alla ricerca della povertà evangelica. Era un inverno freddo. Lo immaginiamo affamato e vestito d'un semplice saio giungere a Gubbio.
Già dai nostri anni d'infanzia il nome di questa città è legato alla storia del lupo.

"…un lupo grandissimo, terribile e feroce, il quale non solamente divorava gli animali ma
eziandio gli uomini…"

L'animale si avvicina aggressivo al Santo.

"…e Francesco gli fa il segno della santissima croce e chiamollo a se e così disse:
Vieni qui frate lupo, io ti comando dalla parte di Cristo che tu no faccia male né a me né a
persona…
…il lupo terribile chiuse la bocca e gittossi alli piedi di Santo Francesco".

Alla Verna nella memoria ho incontrato gli uccelli cantare gioiosi, a Gubbio il lupo reso mansueto. Per Francesco tutti fratelli, come ogni creatura di Dio.


Per cena mi rifugio alla Taverna del Duca.
Fantasia di bruschette, strangozzi coperti di tartufi bianchi e vino rosso, un bicchiere in più, e si allarga in me un senso di disinibita serenità che conduce ad entusiasmi, ad un animo soddisfatto di sé e al desiderio di un buon letto.

13 aprile, venerdì

Da Gubbio un'indicazione, "sentiero della pace", segna la direzione verso Ponte d'Assi nella piana. La stradina passa dinanzi al lebbrosario medievale, un'antica costruzione in pietra, quindi alle villette della zona residenziale. Oltre la piana ricomincio a salire. La piccola strada asfaltata si inerpica ripida per una ridente vallette a cui giungono i rumori attutiti del traffico sulla lontana provinciale.
Sul colle l'asfalto cede ad una sterrata che cavalcando i poggi scende nell'amena val di Chiascio.
A destra, sul filo della cresta boscosa, compare l'abbazia di Vallingegno. Qui, in fuga da Assisi, Francesco fu ospite dei benedettini, pare non troppo gradito. Francesco non cercava la tranquillità di un convento.
Immagino quanto fu difficile e determinato il suo distacco dagli della vita che lasciava. E quanto agli altri potesse apparire sottile la discriminatura tra santità e "pazzia". Non ebbe forse pure lui. Mi domando, nel profondo dell'animo la vertigine del dubbio?
Molti santi hanno vissuto le ore del rischio, il momento in cui è affilato il filo di lama che divide l'ascesa verso la vetta dell'amore totale a Dio e la pazzia che ti può precipitare nell'autodistruzione.
Anche Atonia da Padova e Ignazio di Lodola conobbero la crisi tormentata che li portò alla conversione. Quante amarezze e delusioni prima di raggiungere la "perfetta letizia".
Solo la mano di Dio che ha deciso per te ti può condurre alla salvezza.
Pazzi di Dio paradossalmente si chiamano gli innamorati di Cristo. E Francesco fu tale:
Recita un poeta afgano del XIII secolo:


L'Uomo di Dio è, senza vino, ubriaco, senza cibo, già sazio,
è pazzo e stupito, non mangia e non dorme,
è re sotto il saio.

Scendo nel bosco sino ad una cappella, a lato del sentiero, così discreta da quasi passare inosservata, Santa Maria delle Ripe. Alcuni scalini si abbassano al prato antistante. La cappellina, poco più che un'edicola, rivela all'interno un affresco, una dolcissima Maternità di fattura medievale.
La Vergine tiene in braccio il Bimbo che le si aggrappa amorevolmente al collo. La Madonna offre alla sua creatura un pezzo di pane: A lato, due angeli porgono fiori.
Sinfonia sublime dinanzi a cui, soprattutto nell'intimo silenzio della foresta, ci si commuove e si medita il grande mistero accettato dalla Vergine, poco più che una fanciulla, nel segreto della Sua anima.

Per Lei il Gregoriano canta:

"L'anima mia magnifica il Signore.
Ed esultò il mio spirito in Dio mio Salvatore.
Perché ebbe riguardo dell'umiltà
Della Sua ancella."


Ancora un po' di cammino e vedo, in fondo alla strada, un cancello chiuso; al di là, una costruzione massiccia: è l'antico monastero benedettino di San Pietro. Attualmente lo abita un eremita che non desidera essere disturbato.
Ha rinunciato ai dispersivi frammenti di felicità del mondo per goderne di una più totale, indisturbato.
Evidentemente ama più Dio che gli uomini.
Una porta sbarrata, comunque, non disponibile all'accoglienza, mi mette a disagio.
"Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi". Invito sempre disatteso.
Cristo visse la solitudine del deserto, ma condivise i pani e i pesci con gli uomini. Donò se stesso. E così Francesco.

Per fortuna fuori c'è una piccola oasi, una panca, un tavolo, una fontanella. Sbocconcello due di numero biscotti sottratti alla colazione del mattino e riempio la borraccia d'acqua.
Proseguo. A veder la carta Biscina non dovrebbe essere troppo lontana.
Ma il pomeriggio serba una spiacevole sorpresa.
La strada infatti scende verso l'invaso vuoto di Valfabbrica; fa sempre più caldo ed il castello di Biscina appare in alto, irraggiungibile.
Ho perso la traccia del sentiero e mi trovo ora a percorrere il lungolago e con fatica a raggiungere una strada asfaltata. Non vi sono indicazioni e non passa nessuno.
Prendo a sinistra. Proseguirò per Valfabbrica. 8 e più chilometri che contornano la montagna. La strada ha curve e controcurve, gira su se stessa per seguire le asperità dei dirupi, pare torni in linea d'aria sempre allo stesso punto.
Non rimane che camminare, andare avanti fino a quando raggiungo il grande terrapieno che a valle sbarra l'invaso. Quindi inizio a scendere.
Da tempo ho finito l'acqua presa all'eremo. Esausto arrivo ad una casa. Dalla mattina ho incontrato nessuno, ed il cancello sbarrato dell'eremo.
Busso.
Avanti.
Tre anziani, un uomo e due donne, mi invitano ad entrare nella cucina, nella fresca penombra. Chiedo un bicchiere d'acqua.
"Il rubinetto è qui. Falla venir fresca. Riempi la borraccia. Bevi e riempi ancora. Valfabbrica è vicina. Son tre chilometri."
"Dio vi benedica, se può essere buona la benedizione di un pellegrino."
"Tutto serve, mi rispondono, grazie."
Sono loro a ringraziare me…
Percorrono gli ultimi chilometri rinfrancato.
Un interrogativo.
Oggi, dove ho incontrato Cristo?


L'ostello di Valfabbrica si chiama "ostello francescano", ma ha nulla di religioso. E' un confortevole "quasi albergo" gestito da una giovane signora. I locali sono stati ristrutturati e conservano la struttura dell'abitazione medievale. Pavimenti in cotto, pareti imbiancate rusticamente, ripide e anguste scalette… ma c'è pure un comodo ascensore.
Dopo tanta fatica, mi dico, alla sera non sono così masochista da disdegnare le comodità.
14 aprile 2007, sabato

La strada pare ben indicata. Si alternano le frecce gialle, segno jacopeo, le tau francescane e le tacche bianco rosse del trekking.
Poco dopo essere uscito da Valfabbrica lascio la strada che sale al poggio della Pieve di San Nicolò per uno stretto sentiero a sinistra che nascosto dalla vegetazione rimonta un'umida comba.
Il ruscello scorre quieto. Accompagna il passo il melodioso chiacchierio degli uccelli.
Fosso della Lupa è il nome di questo angolo segreto.
Il sentiero si inerpica nella boscaglia fino a guadagnare il respiro dei prati sulla cresta della collina.
Il paesaggio si apre e, ancora lontani, si scorgono il monte Subasio e la piana di Assisi. Ormai è una piacevole cavalcata per saliscendi, vallette ombrose e aperte dorsali. Scorgo distintamente la rocca e la basilica di Assisi.
Al termine di una discesa raggiungo un incrocio dove è stato innalzato un monumento di devozione a Padre Pio. Giro a sinistra sino ad attraversare un ponte ad arcata medievale (cosa c'è che da queste parti non è medievale?) per affrontare l'ultima ripidissima salita che conduce alla porta di San Giacomo.
Colgo Assisi alle spalle, dall'alto in una prospettiva insolita. In genere si è abituati a riconoscerla dalla piana, saldamente posata alle pendici del Subasio, lunga fuga di palazzi bianchi, quasi una nave appoggiata ai piedi del monte.
Entro in un altro mondo. Folla di fedeli e di turisti. Dopo tanta solitudine mi sento piacevolmente stordito.
A pochi passi, il prato della basilica. Mi confondo tra la moltitudine, entro in chiesa.
"Eccomi Francesco, arrivato alla tua casa. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo".
Questo è l'unico pensiero.
Nell'animo il ringraziamento di essere stato concepito, di essere nato, di esistere, di essere giunto fino a qui. Per questi momenti sublimi io credo di non essere nato per caso. Un filo misterioso mi ha condotto e non conosco attraverso quali avventure ancora mi condurrà, ma del mio destino Ti ringrazio Signore.


L'interno della basilica lascia stupiti per la sua bellezza decorativa. Le pareti ai lati, in galleria di affreschi narrano la vita di San Francesco.
Riconosco come familiari le vicende rappresentate. Chi non conosce gli episodi qui raffigurati? Semplici e santamente ingenui come il narrare dei Fioretti francescani.
Francesco che scaccia i diavoli da Arezzo: un incastro colorato di case e demoni in cielo che fuggono svolazzanti come mostruosi pipistrelli.
Il miracolo della fonte: il Santo in ginocchio ai piedi del monte prega e per il viandante assetato già sgorga il ruscello, acqua fresca che ricorda la beatitudine del Cantico delle Creature.

"Laudato si, mi Signore, per Sor Aqua,
la quale è molto utile et preziosa et casta"

La predica agli uccelli:
"Andando il beato Francesco a Devania, predicò a molti uccelli; e quelli esultanti stendevano
le ali, aprivano i becchi, gli toccavano la tunica…"

Immagini il cinguettio gioioso e Francesco (pazzo, ingenuo o santo?) che rivolge loro parole come a "frati" creature di Dio.
Una delle rappresentazioni più essenziali del nuovissimo e attuale messaggio francescano di amore per ogni creatura.

L'Ostello della Pace è immerso negli uliveti che scendono verso Santa Maria degli Angeli, circa un chilometro dalla basilica Maggiore.
Mancano pochi minuti a mezzogiorno quando arrivo e stanno chiudendo. Le due donne mi permettono appena di posare il sacco. Riesco furtivamente a fare la doccia e a cambiarmi. Lascio l'ostello ancora mezzo bagnato, ma pulito e rimesso a nuovo. Risalgo in città per farmi una meritata pizza.

Chiara è una consorella che vive ad Assisi. L'avevo conosciuta nel pellegrinaggio di confraternita dal Volto Santo di Lucca alla Santa Sindone di Torino. Avevo raggiunto il gruppo dei pellegrini, una trentina, a Piacenza e, insieme, per una settimana, avevamo camminato nella pianura padana toccando il Po, Pavia, il Ticino, Vercelli, le risaie durante la mietitura.
Era per me la prima esperienza di pellegrinaggio collettivo e, lo confesso, talora mi successe, almeno nel segreto dell'animo, di soffrire di qualche conflitto con i compagni.
Impazienza, insofferenza, anche presunzione…, difetti che non mi mancano.
Il camminare insieme e condividere esperienze e disagi lascia comunque una traccia di amicizia e di simpatia.
Così, avvisai Chiara del mio arrivo ad Assisi.
Un'acqua tonica ed un te nell'animata piazza del Comune. Conversare nello stupendo scenario del tempio di Minerva osservando le rondini sfrecciare, quindi appuntamento alle sei alla Messa, in basilica.

Finalmente nella basilica del Santo a pregare. I canti sacri d'un coro tedesco creano una suggestione particolare. E' la Messa prefestiva della prima domenica dopo Pasqua. Cristo è risorto ed appare ai discepoli ancora spauriti e disorientati. Tommaso è incredulo. Soltanto nel contatto fisico con Cristo ritroverà la fede cadendo in ginocchio con disarmata umiltà.
Signore, sia la mia debole fede almeno come quella di Tommaso. Oltre è solamente un dono che Tu mi puoi concedere, ed io non posso aspettare con pazienza. E' troppo difficile riuscire ad incontrarti nella confusione del mondo. Ancora cieco, possa percepire un segno della Tua presenza e cedere alla Tua luce. Con il monaco itinerante russo non stancarmi di ripetere "Mio Signore e mio Dio, abbi pietà di me".

Saliamo a San Damiano per incontrarci con Angela Maria.
Angela Maria, anch'essa consorella, è l'autrice della pubblicazione "Di qui passò Francesco". E' il libro che mi ha spinto a questo pellegrinaggio ed ha guidato i miei passi. Pure lei vive ad Assisi. Cerchiamo una piccola ma affollata trattoria in un vicolo sotto la piazza grande. Pare facciano pizze meravigliose.
Una bella serata di conversazione e pure di discussione, perché nella franchezza dell'amicizia le opinioni spesso possono discordare.
Angela è una donna dall'entusiasmo contagioso. Ha speso ogni sua energia nel disegnare il tracciato che attraverso Toscana, Umbria e Lazio, tocca i luoghi francescani: da la Verna, per Gubbio, Assisi, Spello, Foligno, Greccio, sino a Poggio Bustone. Chiamando in causa frati e sindaci, autorità religiose e politiche, è riuscita a realizzare una via magica dove, a parte la bellezza unica del territorio, respiri la serena spiritualità di Francesco. Dopo qualche giorno di cammino pure io incomincio a sentirmi trasformato. Ci narra della sua ultima esperienza di pellegrinaggio da Poggio Bustone a Monte Sant'Angelo nel Gargano. Avventure e disavventure, perfino una inaspettata tempesta di neve lungo i tratturi del Molise… Ogni evento vissuto con l'aiuto della Provvidenza e in perfetta letizia.
Il pellegrino non si perde d'animo perché in ogni situazione sente una presenza protettrice. E' lo spirito buono che identifichiamo con l'angelo custode.
Si parla, si scambiano esperienze, si crea tra noi un'atmosfera di complicità. Consiste nella condivisione di ideali questo chiamarci e soprattutto sentirci confratelli.
Chiara più tardi mi accompagnerà in macchina all'ostello. E' ormai notte. Dalla Porta di San Giacomo un ultimo sguardo sulla basilica illuminata. Su di noi le stelle che vegliarono Francesco continuano a punteggiare il cielo di questa notte meravigliosa.
Grazie è la parola, piccola e scarna, che comprende tutta la mia gratitudine per voi, Chiara e Angela. Mi avete ricaricato. Dopo giorni di cammino in solitudine è bello incontrare chi ti accoglie come fratello e condivide la mensa e le emozioni.


15 aprile 2007, domenica

Lascio Assisi verso le otto. Mattina serena e fresca. Mi incammino per una strada che a mezzacosta lambisce le pendici del Subiaco. Ieri sera Chiara mi aveva dato indicazioni precise, ma, distratto, ben presto esco dal percorso. Continuo comunque nella direzione di Spello per una sterrata dove incontro cicloturisti e camminatori della domenica.
Lecci, ulivi, campi macchiati di papaveri. In basso, la pianura intensamente abitata dove corre la superstrada.
Sono questi il monte e la piana che conobbero i passi di Francesco. I suoi occhi si bearono di tanta bellezza. Vedo il cielo e ripercorro le selve e i campi che mossero il Santo a pregare e a lodare il Signore:

…Se vedeva distese di fiori, si fermava a predicare loro
E li invitava a lodare e amare Iddio, come esseri dotati
Di ragione; allo stesso modo le messi e le vigne, le pietre
e le selve e le belle campagne, le acque correnti e i giardini
verdeggianti, la terra e il fuoco, l'aria e il vento con semplicità
e purità di cuore invitava ad amare e lodare il Signore…

Nella tarda mattina raggiungo Spello. Anni addietro visitai gli affreschi del Pinturicchio. Ricordo una stupenda Natività.
A quest'ora nella chiesa di Sant'Andrea c'è la Messa: conciato come sono non ho l'animo di entrare, mi sentirei un intruso tra i fedeli tirati a lustro per la festa. Tiro oltre.
A Foligno sono soltanto 6 chilometri, ma il percorso è monotono. Si aggiunge il lungo viale che conduce in centro mentre la fame incomincia a farsi sentire. Arrivo alla piazza della cattedrale. Anche qui, leggo predicò Francesco. In chiesa sta terminando la Messa di mezzogiorno e fuori due gruppi di extracomunitari parlano la loro incomprensibile lingua. Per il resto, quasi il deserto. Con qualche difficoltà riesco a trovare in una viuzza un ristorante vineria. E' un locale raffinato. Ma ci sarà pur anche per me pellegrino un piatto di pasta.
La giovane cameriera, grembiulino bianco, mi fa accomodare all'ombra della pergola. All'interno,
convitati in festa si stanno preparando con gli aperitivi ad un gran pranzo.
Sotto la pergola l'ombra è piacevolissima. Momento di tregua per riprendere le forze prima di un pomeriggio che mi aspetto faticoso.
Al vino preferisco un'acqua leggermente gasata, paradiso di bollicine e di freschezza.
Mi servono un piatto di tagliatelle ai funghi così abbondante che non riesco a finirlo nonostante l'appetito e la sua prelibatezza. Chiudo con un caffè amaro, pochi sorsi d'un aroma sublime.

Poco più di dieci chilometri mi separano da Trevi dove conto di fermarmi questa notte.
La prima ora, fino a Sant'Eraclio, sulla via Flaminia è noiosa. Il calore del pomeriggio rende pesante il camminare. Rara è l'ombra. Concentrandomi sui passi i chilometri scorrono automaticamente. In vista di Trevi, verso Matigge, prendo una stradina che sale ripida sulla sinistra. Maggiore fatica ma paesaggio più vario e gradevole tra gli ulivi.
Raggiungo verso le 16,30 Trevi. Dall'alto la colgo alle spalle, a scoprirne la bellezza, lei, addossata al colle, che scende in ripidi balzi verso la piana.
E' l'ora in cui cerchi null'altro che un buon albergo. E' il momento in cui senti maggiormente la precarietà dell'essere pellegrino.
La stanchezza ha rallentato il camminare, il corpo è appesantito, ogni chilometro pare allungarsi ed il traguardo mai arrivare. Così ogni giorno.
Di mattina energia ed entusiasmo ti spingono avanti, hai pure occhi per guardarti attorno e pre lodare Dio. Al pomeriggio, invece, quasi sempre, l'impazienza di concludere rende tutto più faticoso. E' il momento di esercitare la pazienza, macinare passi, uno dopo l'altro, con movimento automatico, come una preghiera penitenziale.
Ho rinunciato all'hotel, troppo caro per un pellegrino. Vi regnava pure confusione per una festa di nozze. Ho cercato ospitalità più tranquilla presso le monache benedettine di Santa Lucia.
Qualche difficoltà a trovare il convento nel labirinto dei vicoli che scendono lungo le mura, ma l'accoglienza è semplice e, pur nella riservatezza monacale, affettuosa.
Ho a disposizione un appartamentino, soggiorno, angolo cucina, una confortevole camera da letto, un servizio, appena rinnovato. La finestra si apre su una fuga di tetti che lasciano scorgere le colline lontane al di là della valle.
"Posso uscire, che orario devo rispettare?" domande legittime in un convento di monache.
"stia tranquillo, ora pensi a riposare, alle sette salirà in paese per la cena, torni quando vuole. Queste sono le chiavi."
E la monaca, con un cenno di sorriso, discretamente si ritira.
Verso le sette, con passo lento, risalgo i vicoli deserti verso la piazza alta di Trevi. Gatti curiosi silenziosamente sbirciano e spariscono tra le mura. Vado a cercare e a riconoscere gli angoli conosciuti nei viaggi precedenti. Uno scorcio, un profumo di muffe, un rumore quieto da una finestra aperta per ricreare antiche emozioni.
Qui già passai con Luisella. Ci fermammo per un pranzo appena, ma ne serbo un ricordo intenso.
Il pomeriggio sta scendendo verso la sera. In attesa della cena c'è tempo per passeggiare, scoprire le antiche pietre, i muri che il sole, nell'ultimo saluto del giorno, sta colorando d'arancio. E sedersi su di uno scalino a godere l'ultima luce, la più struggente, che modula la valle, evidenzia i rilievi lontani, fa apparire foschie perdute tra i campi.

"I cieli narrano la gloria di Dio
e l'opera delle Sue mani annunzia il firmamento.
Il giorno al giorno ne affida il messaggio
e la notte ne trasmette notizia.
Non è linguaggio e non sono parole,
di cui si oda suono…"
(Salmo 18)

E' la tregua, un silenzioso stupore nell'animo che sente il misterioso evento che dall'inizio dei tempi si ripete e volge il giorno nella notte.
Nell'ultima luce perdo lo sguardo sulla valle spoletana. Spoleto a sud, a nord Foligno, Spello, appoggiata al Subasio, e ancora più lontana un'ombra bianca, Assisi.
Mi ridesto da questo momento magico perché è ora di cenare. Ritorno al Maggiolini, il ristorante che visitai con Luisella. Bruschette, strangozzi e una caraffina di bianco allora e così pre questa sera.
Scendi alcuni scalini e ti trovi in un locale intimo, arredato da oggetti che suscitano antiche tradizioni. Su di un tavolo una decina, o più, tra ampolle di oli e aceti balsamici, segno di raffinate e genuine prelibatezze. L'olio, un dono della terra, alimento così prezioso da essere considerato sacro. Nei tavoli accanto due coppie di turisti stranieri conversano sottovoce. Anch'essi stanno godendo l'incanto di questa intima quiete.


Lunedì, 16 aprile 2007

Ultimo giorno di cammino. Solo più venti chilometri a Spoleto. E' una mattina limpida e fresca.
Scendo da Trevi lungo la strada che raccorda il paese alle Flaminia che conduce a Roma. Verde cavalcata di poggi verso la piana del Clitumno. Adiacente alla statale corre il vecchio cammino che passa lungo le case. Evito il traffico.
Mi sto avvicinando alle fonti del Clitumno. Poco prima scendo la scarpata a visitare un tempietto romano trasformato in chiesa in epoca paleocristiana. Scorrere silenzioso di acque limpide, fruscio discreto di foglie e frescura d'ombra che lascia filtrare qualche raggio improvviso.
Meditare tranquillo tra pietre che testimoniano l'opera, le preghiere, la vita degli uomini. Da millenni un tempio assiste lo scorrere delle stagioni e dei secoli. Noi passiamo. Pure io sto passando e presto la mia ombra fugace andrà oltre.
Poco avanti, alle sorgenti, mi fermo a fare colazione.
Una breve visita a contemplare questo luogo di grande suggestione. Parlan o storia e poeti. Passeggio in solitudine. Sull'altra sponda una coppia di turisti, anch'essi a godere delle medesime emozioni.
Brillano di riflessi i sassi sul fondo del lago,mentre i cigni paiono sospesi tanto è limpida l'acqua, un velo trasparente appena mosso dal flusso delle polle. I salici chinano i rami a toccare la superficie dell'acqua.
Mi ridesto e lasci questo luogo di quieta malinconia. La mattina avanza, l'atmosfera si è riscaldata. Occorre concludere gli ultimi trafficati chilometri che conducono a Spoleto.
A sei chilometri dalla città una deviazione attraversa il paese di San Giacomo. Poche case e una piazza. Passo dinanzi alla chiesa dedicata al Santo Apostolo. Curioso entro. Un pellegrino non può rinunciare a salutare il proprio santo protettore, colui che lo ha spinto e che continua a guidarlo lungo le strade della devozione.
Con grande sorpresa scopro l'abside completamente affrescata dal ciclo del miracolo jacobeo del gallo. Una tradizione leggendaria narra che San Giacomo salvasse dalla forca un pellegrino accusato ingiustamente. Al giudice, che, sentenziata la condanna, in buona pace si apprestava a pranzare il pollo gli si risvegliò sulla mensa e prese a cantare. Dimostrazione che come l'animale era vivo, lo era pure il giovane pellegrino innocente. Un affresco rinascimentale che trasfigura in arte l'antica storia.
L'episodio, talaltro, è raffigurato spesso nelle chiese di Spagna e d'Italia, segno di una tradizione medievale consolidata.
Noi, disincantati, non possiamo però negarci questo interrogativo. Cosa avrà dato origine alla leggenda? Cosa in realtà sarà successo? Spesso la realtà supera l'invenzione fantastica.


Le periferie delle antiche città hanno purtroppo spesso a difesa del gioiello più intimo, il centro storico, una periferia, agglomerato di costruzioni anonime che deludono chi si avvicina. Cammini, cammini, gli ultimi chilometri sono sempre impazientemente interminabili e, quando ti seti arrivato, ecco ancora la cancrenosa polvere degli svincoli, la triste sequenza dei capannoni, magari un lungo marciapiede ingombro di cartacce e di erba cattiva.
Non è stato così per Assisi, a cui sono giunto di sorpresa dall'alto, da porta San Giacomo. Da lassù la basilica ed il prato antistante sono apparsi come in sogno, più belli di quanto non immaginassi. Ma per Sansepolcro, Foligno, ed ora Spoleto ho dovuto soffrire la penitenza d'una periferia prima di ritrovare l'armonia dei palazzi secolari e soprattutto dei passi e del parlare, del muovere di chi vive la città. Concordanza di suoni e non rumori.
Faccio un lungo giro per raggiungere la stazione ferroviaria. Comprando il biglietto per domani risolvo il problema del ritorno. A malincuore, ma ho deciso di concludere qui il pellegrinaggio, almeno per quest'anno.
Pellegrinaggio? Chissà. L'intenzione c'era, ma a modo mio. Tanta strada e poche preghiere, almeno che non si considerino i passi un'interminabile mantra di devozione. Prendiamola così. Anche se sento di aver perduto sulla strada troppi tesori estetici, culturali e soprattutto spirituali che ho sfiorato, spesso inconsapevole. Occasioni mancate…
Non sono così insensato da non saper accettare i miei limiti di sensibilità e di intelligenza, e di questa coscienza me ne faccio alibi. Sorge il dubbio di aver più perduto che trovato. Mi sono comunque messo in gioco e qualche pur piccolo tesoro serberò nel cuore.
Prima di trovare alloggio è bene cercare una trattoria. La scopro addossata alle mura: un cortiletto, un pergolato, ed un'antica torre così superba in cielo che pare possa rovinarti addosso. Chiedo al ragazzo che mi serve informazioni sugli alberghi. Ne sa poco, ma sono cari mi assicura, e portandomi i piatti pare si sia dimenticato una risposta più precisa. Ma a pranzo concluso arriva con puntuali indicazioni: costeggia le mura, a circa cinquecento metri troverai un due stelle, sono onesti.
La porta sbocca dalle mura in un viale a quest'ora affollato. Autobus, auto, scooters e gruppi di studenti animano il viale. Dopo qualche centinaio di metri, un semaforo quindi una leggera salita. Sulla destra una piccola insegna indica l'albergo Athena. La costruzione è scostata e sale da un cortile giardino un poco più basso della strada. C'è posto.
Il viaggio è concluso. Non mi resta che una doccia, mezz'ora di riposo e tirare a sera per le vie di Orvieto.
Rimane un'ultima curiosità, il convento di Monteluco, alto sulla montagna spoletana. Mi ero già informato alla stazione per salirci in autobus.
"Fino a giugno non ci sono servizi pubblici" la risposta. Così mi ero messo il cuore in pace.
Ci riprovo e domando al portiere, più per curiosità che con speranza se non c'è la possibilità di salire al convento.
" Se vuole, lo porto su io". Offerta inaspettata. Accetto.
"Grazie, ma quando?"
"Anche subito".
Il tempo di fare la doccia e monto sul pick-up.
Monteluco è il monte degli spoletani. E' un monte sacro, un fitto bosco di lecci secolari che sale ad ottocento metri ed ancora più su. Da sempre, se ne parlava già nel III secolo a Cr., era tutelato da leggi severe, che lo preservava dalla profanazione e dal taglio della legna ad eccezione di certi periodi e per motivi rituali. Nel periodo paleocristiano si ritirarono nelle sue grotte gli eremiti. I monaci siriaci del VI secolo dedicarono una cappella
A Santa Caterina d'Egitto e di essi c'è ancora viva memoria negli anfratti in cui consumarono una vita di preghiera.
Anche Francesco, innamorato di Dio e della natura, lasciò il segno quassù e c'è tuttora un convento di minori francescani, un vero angolo di paradiso.
"Quassù tutta Spoleto le domeniche d'estate viene a prendere il fresco. C'è un panorama bellissimo".
L'autista guida con disinvoltura. Sono dieci brevi minuti di svolte e rampe nel fitto bosco interrotto da squarci di cielo e di vaste vedute sulla valle.
Mi lascia sulla piazzetta dinanzi al convento. Aria fresca e stormire di rami.
Sulla porta un giovane religioso sta ricevendo dal postino la corrispondenza. Aspetto che si liberi quindi mi presento come pellegrino.
Il giovane frate mi accoglie con un sorriso aperto e mi fa entrare nel chiostro dove sotto il porticato ci sono due sedie ed un tavolino. Dal refettorio arriva un profumo di minestra. I confratelli hanno appena terminato di pranzare.
"Vuoi mangiare qualcosa?"
Accetto un caffè e qualche biscotto. Compaiono altri giovani frati. Alle loro domande racconto del mio viaggio.
Il chiostro è un'isola di serenità. La luce e la brezza giocano con le piante creando ombre in continuo movimento. Ho raggiunto infine accoglienza e quiete.
Luigi è il nome del religioso che mi accompagna, giovane, poco più di trent'anni, statura media, fisico asciutto; cerco di assimilare la sua figura a quella di Francesco. Ho camminato sulle orme del Santo ed è suggestivo pensare di essere arrivato e di ricevere nell'accoglienza di un suo frate il suo abbraccio. Visitiamo il refettorio, le minuscole celle con le parti in vimini intonacato di calce. Le porticine sono basse e strette, tutto è minuto: lezione di silenziosa umiltà
Alzo lo sguardo e leggo "beati i poveri in spirito". In silenzio accetto la risposta ai mie irrequieti interrogativi. Accolgo la grazia che mi circonda e la pace dell'animo come risposta al mio continuo fuggire. Pare tutto così facile oggi…
Beati coloro in cui la fede ha cancellato le domande.

"Troppo grande per essere nominato,
celato e manifesto oltre ogni cosa…
cosa si può dire di Te?
Nessuna parola Ti esprime.
Quale mente può capirTi,
quale spirito potrà guardare sopra le nubi?"

Beati i poveri in spirito…
Speranza, fiducia, fede, misericordia e amore.
Ogni cosa parla di Te. Umile contemplazione è il tutto, osare oltre è superbia riduttiva.
Le grotte degli eremiti, vivificate da mille e più anni di preghiere, si affacciano sulla valle spoletana che Francesco tanto amò. Abbraccio i boschi, le colline, i campi, il cielo.
Padre Luigi mi invita a recitare insieme una preghiera a Maria.
Alla Vergine piena di grazia a cui l'Angelo portò l'annunzio, alla Vergine che Elisabetta riconobbe Madre di Cristo, alla Madre mediatrice tra la divinità e l'umanità di Cristo.
A Lei soltanto, che appartiene all'umanità perché donna vera, quindi sorella e madre, possiamo chiedere protezione in ogni momento dell'avventura umana, spesso più labirinto che retta via, ed in particolare nell'ora sconosciuta ma certa in cui transiteremo per raggiungere una vita di sublime mistero.
In intima preghiera il giovane frate mi segna con la benedizione francescana ed una irrefrenabile commozione mi inumidisce gli occhi.
Monteluco, conclusione inaspettata, dono inatteso.
Lascio il convento e scendo verso Spoleto lungo il ripido sentiero pedonale. Mi accompagna il canto degli uccelli ed il cuore s'è fatto leggero. Il muovere umano sotto di me, rasserenato. Anche oggi il sole scenderà laggiù, a ponente, concludendo uno dei giorni più belli che il Signore mi ha concesso.

"Oggi, o sole, scenderai ad occidente.
Fermati sopra la linea dell'orizzonte,
posa sul mio volto il tuo unico occhio:
all'ultimo istante del giorno
per un momento
tu guarda e io guardo.
Tagore