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Cammino di S.Benedetto

Da Norcia a Subiaco

1 - 8 giugno 2014
di Nilo Marocchino

Partecipanti in ordine di adesione:
Nilo Marochino, Giovanna Fila, Giancarlo Varotto, Gianni Tomaello, Raffaele Montagna, Pericle Corvino, Alexander Corvino, Sasca Corvino, Giuseppe Binotti, Ausilia Sovrano, Chicco Morelli, Mario Bonfanti, Piero Giordana.

L’anno passato ricevetti una pagina di giornale (Corriere della Sera 20.11.13) dedicata al “Cammino di San Benedetto”, la proposta di un itinerario religioso attraverso Umbria e Lazio che mi incuriosì. Approfondii l’argomento consultando l’omonima pubblicazione di Simone Frignani, biologo, professore di religione, giramondo e soprattutto pellegrino. Mi proposi così di percorrere questo lato di Italia, dolce e anche selvaggia, ricca di arte, di umanità, di luoghi ancora genuini.

Benedetto nasce a Norcia nel 480 da una famiglia della nobiltà romana; il padre, Eutropio, è console e capitano generale della regione. L’Impero Romano d’Occidente si sta estinguendo e Odoacre, generale di origine germanica,ha deposto (473) l’ultimo imperatore, Romolo Augustolo, incoronandosi re di Italia. Sono tempi di disordine politico, disfacimento morale e decadenza in cui Benedetto lascia gli studi che lo avrebbero indirizzato alla carriera paterna e sceglie, giovanissimo, la vita eremitica. E’ probabilmente influenzato dalla presenza nella zona dei monaci siriaci che, perseguitati in Oriente, nel secolo precedente si erano rifugiati tra Umbria e Lazio.

Si ritita nell’alta valle dell’Aniene raggiungendo Subiaco. Un monaco, di nome Romano, lo veste degli abiti monastici e gli indica come eremo una grotta impervia, quella su cui sarà in seguito costruito il complesso monastico del Sacro Speco.

Vive tre anni in solitudine, quindi accetta di guidare altri compagni presso Vicovaro, località a valle, dove rischia di essere avvelenato. Ritorna a Subiaco con un numeroso gruppo di monaci e qui vive trent’anni. Conclusa l’esperienza subiacense, si dirige a Montecassino dove fonda un nuovo monastero sopra i resti di un antico tempio pagano.

Qui compone la “Regola”, serie di norme indirizzate a disciplinare la vita dei monaci.

“Ascolta, figlio, i precetti del maestro, porgi attento il tuo cuore, ricevi di buon animo i consigli di un padre che ti vuol bene e mettili risolutamente in pratica, per ritornare con la fatica dell’obbedienza a Colui dal quale ti eri allontanato per l’accidia della disobbedienza.” (Prologo. Regola di San Benedetto).

Con amore di padre dispensa consigli che, nel loro buon senso, paiono possano essere rivolti pure a noi che viviamo nella secolarità.

Spendere bene il tempo, dono divino, dedicando momenti alla preghiera, quindi al lavoro, evitare distrazione e vanità, esercitare la “discretio”, cioè giudicare con prudenza e giusta misura, accettare negli altri le inevitabili debolezze, considerarsi uguali, anche se di ceto e di cultura diversi, pur nel rispetto dell’autorità. Essere costruttivi tenendosi lontani da orgoglio e conflittualità.

Regola concepita nel VI secolo eppure, come le intuizioni universali, attualissima: paiono norme ovvie, purtroppo spesso disattese

.NOTE SUL PELLEGRINAGGIO DA NORCIA A SUBIACO

Da Perugia a Norcia. Domenica 1 giugno 2014.

La cameretta all'ultimo piano si affaccia sulla piazza del Duomo: una piccola finestra, discreta che dal basso quasi non noti, alta sui tetti della città medievale che fuggono verso le colline lontane, sfumature di verde, e il limpido cielo dell'Umbria.
Dopo la notte bianca, sotto, salita sin quassù con chiasso gioioso che ha un poco spezzato il mio riposo, ecco la tranquillità delle prime ore del mattino.
Nel sontuoso appartamento curiale dove faccio colazione silenzio, rotto da lontani passi discreti.
La cappella, riccamente rinascimentale, trionfo di angeli e di stucchi dorati, mondo distaccato dal muovere umano, parentesi di paradiso.
"Signore, come è bello per noi stare qui…"
Pare facile parlare con Dio quando si è in perfetta solitudine… ma non correre il rischio di parlare come il fariseo… io e Te ( ambedue perfetti?) e dimenticare il prossimo come realtà lontana che potrebbe disturbare.
C'è il momento della preghiera e il momento dell'opera (ora et labora). E' con gli altri che dobbiamo vivere il Messaggio Nuovo, con coloro con cui condividiamo il cammino della vita.
Nel pomeriggio lascio Perugia in compagnia di Pericle. Alla stazione ferroviaria di Spoleto raccogliamo Gian Carlo e Piero e raggiungiamo a Norcia gli altri compagni di pellegrinaggio. Dormiremo all'ostello "Il Capisterium", buona struttura di accoglienza gestita da una cooperativa sociale. Calorosa accoglienza e ospitalità pellegrina.
Norcia è una cittadina racchiusa dalle mura medievali a cui si accede dalle porte ancora originali: vie strette, a misura della sua antica storia, in cui si aprono innumerevoli norcinerie che espongono per la gioia dei ghiottoni salumi, affettati locali, lenticchie, farro, tartufi neri, pane casareccio.
Visitiamo la magnifica basilica di San Benedetto che risale al XII secolo: facciata gotica, bianco lucore essenziale, con un bellissimo rosone e una delicata lunetta con Madonna, Bimbo e angeli oranti . La tradizione riporta che sia stata costruita sulla casa natale di Benedetto e Scolastica, gemelli e ambedue santi; scendendo nella cripta ritrovi il luogo presunto della loro nascita: tra i muri del tempo romano ( I sec. d. Cr.) su cui poggia la basilica un altare, un immagine a perpetuarne la devozione.

Da Norcia a Cascia. Km. 20. Lunedì 2 giugno.

In cammino con 12 compagni pellegrini nella serenità della natura e dell'anima nella mattina tersa, accompagnati dalla freschezza dell'aria e dal canto degli uccellini. Un viottolo di campagna attraversa la piana di Santa Scolastica: verde turgido dei prati, gialle pennellate dei campi di colza e rosso acceso dei papaveri spruzzato qua e là come in un quadro di un pittore macchiaiolo, casolari sparsi tra la piana e i morbidi rilievi delle colline che la accompagnano ai lati. Da Piediripa la sterrata volge a destra e si insinua in una valletta raccolta che risale sino a quota mille; scolliniamo quindi su Fogliano, modesto e grazioso gruppo di case. Si scende nel fondovalle dove passa la provinciale per risalire con fatica al borgo vecchio di Cascia e al santuario di santa Rita.
Alloggiamo all'Hotel delle Rose, enorme costruzione che incombe su Cascia, paesaggisticamente un insulto all'armonia del luogo, ma che offre ospitalità alle migliaia dei pellegrini che durante l'anno visitano il santuario. Luogo di accoglienza, inevitabilmente povero di intimità, ma che offre un servizio efficiente con pulizia, cortesia, professionalità e prezzi onesti.
A pochi passi si trova il complesso religioso del convento e del santuario di santa Rita. Quest'ultimo, costruito nella prima metà del XX secolo, è preceduto da due ampi porticati che inquadrano la facciata in travertino bianco sollevata da una scalinata e incastonata tra due guglie, maestosità che introduce ad un interno sfolgorante di policromia. A croce greca, l'interno colpisce per la ricchezza dei marmi e degli affreschi. Sul lato destro si apre l'accesso alla cappella antica, luogo di sepoltura e di venerazione della Santa Qui, nel vicino convento, tuttora abitato da monache di clausura, visse per ben quarant'anni e morì la sera del venerdì santo nel 1442 la Santa.
Rita, nata a Roccaporena, un villaggio a pochi chilometri, nel 1381, ebbe una vita familiare molto travagliata, coinvolta nei conflitti sanguinosi di quei tempi, ma seppe raggiungere la santità; per questo motivo è considerata la santa dei casi disperati e impossibili.
Alle 18,30 recitiamo il rosario nella cappella dell'adorazione nella basilica inferiore. Parentesi di raccolta spiritualità, vissuta insieme ai compagni; è bello ritrovarsi nel silenzio di una cripta a pregare insieme.
Suggestiva nel centro storico la chiesa di San Francesco, costruita nel secolo XV su una preesistente de XII. Possiede una facciata in romanico abruzzese (quadrata) e all'interno affreschi gotici e una Ascesione attribuita al Pomarancio (1553 - 1626).
A sera, in albergo.
La seconda giornata di pellegrinaggio è conclusa e tutto, il nostro affiatamento, il percorso
e il tempo sta andando per il meglio. La terrazza della nostra camera si affaccia ad una
valletta profonda e angusta, folta di verde che nella tarda serata si sta incupendo, impenetrabile. Giunge, segreto, il mormorio di un torrente.

"O Dio, tu sei il mio Dio, all'aurora ti cerco, di te ha sete l'anima mia…
nel mio giaciglio di te mi ricordo, e penso a te nelle veglie notturne,
tu sei stato il mio aiuto, esulto di gioia all'ombra delle tue ali…" (dal Salmo 62)

Da Cascia a Leonessa. Km. 27. Martedì 3 giugno.

Abbiamo deciso di unire le due tappe consigliate dalla guida, accorpandole in un solo giorno; in tal modo, purtroppo, non visiteremo Roccaporena, luogo natale di santa Rita con il Sacro Scoglio, un dirupo roccioso a cui si accede con ben trecento scalini. Lassù la Santa saliva a raccogliersi in preghiera. Peccato, ma tempi e logistica ci hanno costretto a evitare un percorso più lungo e articolato e scegliere la provinciale 471, peraltro con traffico pressoché assente e pur'essa paesaggisticamente interessante.
Una dozzina di chilometri e arriviamo a Ruscio, un gruppo di poche case dove era posta la antica dogana tra gli Stati della Chiesa e il Regno delle Due Sicilie; un cartello turistico ne indica il punto. Arroccato in alto, sulla destra, incombe Monteleone di Spoleto, a mille metri di altitudine in posizione strategica sulla valle, castello e borgo medievali a vigilare (ed esigere gabelle) sul passaggio.
Breve sosta al distributore di carburante con il bar annesso. Quindi si riprende il cammino che lascia la provinciale di valle e dovrebbe infilarsi a destra nella "valle della miniera", una miniera di lignite attiva sino agli anni 40 del secolo scorso. Una sterrata in ripida salita ci inganna e seguiamo una serie di sentieri cercando sempre di non perdere la direzione. Allunghiamo e aggiungiamo fatica; poco male perché tra campi, poggi, boschi, cielo terso, un'arietta che rinfranca, gli scorci sulla vallata sono ampi e suggestivi. Il gps è di grande aiuto e spesso aiuta a risolvere i problemi. Raggiungiamo nella piana Villa Ciavatta, due case contadine; in questa zona i piccoli abitati portano il nome altisonante di "Villa", ma non sono altro che modesti nuclei sparsi nella campagna. Si raggiunge infine Leonessa; giusto in tempo. Le prime gocce di un improvviso temporale incominciano a cadere; durante il pomeriggio il cielo aveva iniziato a riempirsi di nuvole bizzarre, pittoresche sì ma che promettevano poco di buono.
Il convento francescano dove saremo accolti si trova all'ingresso del paese. Dal convento un lungo viale conduce alla porta che introduce al centro storico della cittadina. Leonessa: circa 2500 abitanti, a poco meno di mille metri di altitudine, ai piedi del Terminillo, graziosa e vivace. Fondata nel 1278 da Carlo d'Angiò a difesa dei confini del Regno di Napoli, conserva belle chiese e opere d'arte, che testimoniano la sua importanza strategica e la sua ricchezza nei secoli passati. Sulla via centrale, a sinistra, tra gli splendidi palazzi signorili, la facciata a vela della chiesa di Santa Maria del Popolo (XIV sec.) con la graziosa lunetta romanica del portale, Madonna in trono, ieratica, e Bimbo in grembo e due piccole figure ai lati.
Quando entriamo un gruppo di donne sta recitando il rosario; le accompagniamo nella preghiera. Dopo la fatica della giornata è consolante questa parentesi di quiete per stare con noi stessi, con i compagni con cui abbiamo condiviso il cammino, alzare gli occhi verso il crocefisso, perdersi nel viso sofferente del Cristo e pregare.
Il corso centrale conduce alla magnifica "piazza grande", ornata al centro da una fontana cinquecentesca; la piazza fa da platea alla scenografica chiesa di San Pietro dalla facciata
in pietra rosa e al campanile gotico. Un coro polifonico, disposto sulla scalinata, sta provando brani sacri. Pare di essere attesi e che tutto ciò stia accadendo per noi. Sorprendente coincidenza che ci emoziona: cose che accadono in pellegrinaggio, regalo inaspettato.
Anche al bar il caffè che viene offerto gratuitamente insieme al timbro sulla credenziale è una piacevole sorpresa.
Padre Orazio, padre Anavio e Simonetta, la cuoca, ci accolgono al convento con calorosa ospitalità. I due frati, oltre alla conduzione del convento, collaborano all'assistenza religiosa nella comunità di Leonessa. Simonetta, una simpatica signora di mezza età, prepara i pasti e svolge i servizi di riordino della casa. E' lei che ha preparato brande, lenzuola e coperte e ci ha disposto nella grande camerata che i frati hanno destinato ai pellegrini.
Nel refettorio francescano, seduti alla tavola a ferro di cavallo, abbiamo parlato con i frati delle nostre esperienze, del vivere il pellegrinaggio, mentre Simonetta ci serviva una gustosa minestra di farro, per non parlare del coniglio e dell'insalata di ceci… squisitezze. Insieme a condividere la mensa e le nostre storie, uniti da un legame di spirito, la fede, da noi vissuta in modo diverso, personale, respirata come l'aria in cui navighiamo, indispensabile, senza la quale non esiste la Vita.
Dieci letti, tutto il disponibile, e tredici pellegrini. Non c'è stato problema: materassi e coperte a volontà. Mi sono coricato su ben due permaflex; più comodo di così!

Da Leonessa a Poggiobustone. Km. 19. Mercoledì 4 giugno.

Da Leonessa ci incamminiamo lungo la provinciale che scavalca il gruppo montuoso del Terminillo, cime che superano i 2000 metri, ancora segnate da qualche lingua di neve, e che raggiunge la piana reatina.
A passo svelto per fare in fretta questi primi quattro chilometri tutti all'ombra. Pochi gradi sopra lo zero nonostante si sia alle porte dell'estate; il sole non è ancora riuscito ad infilarsi nelle profonde pieghe della valle. Quindi lasciamo la provinciale affrontando a destra una ripida carrareccia dove finalmente il sole sta iniziando a penetrare nel fitto dei faggeti. Più in alto la visione si allarga nei prati di San Bartolomeo, pascoli con uno specchio d'acqua a riflettere i nostri passi.
Riprendiamo a salire tra faggeti secolari così folti da quasi perdere l'orientamento in un'atmosfera di ovattata penombra in cui giunge il lontano scampanio di mandrie al pascolo. Ci guidano i segni gialli del Cammino di San Benedetto e si raggiunge infine il "cippo 454", passaggio obbligato dopo il quale inizia la discesa verso Poggiobustone. Questo cippo monolitico fa parte dei 686 che da Terracina sul Tirreno a Porto d'Ascoli sull'Adriatico segnavano il confine tra lo Stato della Chiesa e il Regno delle due Sicilie.
La discesa su Poggiobustone è scoscesa e ancora lunga. Il gruppo guidato da Raffaele è circa mezz'ora davanti a noi cinque, che prima di arrivare al cippo 454 non avevamo visto un segnale continuando diritti per un sentiero che andava a perdersi in un faggeto sempre più fitto. C'era voluto un bel momento a fare il punto, ritornare per circa 500 metri e riprendere il giusto cammino. Ritroviamo i compagni quasi in fondo alla discesa che ci stanno aspettando al fresco nei pressi di una cascatella. Arriviamo infine ad una sterrata che conduce al convento francescano che intravediamo lontano nei rari scorci che ci concede la vegetazione.
Suoniamo al convento, ma è ancora troppo presto: i frati non ricevono prima delle 15,30. Risaliremo più tardi. Scendiamo impazienti (e affaticati) al paese per sistemaci all'ostello della "Locanda francescana": ricettività laica, nulla a che fare con i frati, comunque accogliente e dignitosa.
Rinfrancati, torniamo al convento.
Padre Pasquale, il buon frate che cura il piccolo negozio di oggetti religiosi, ci illustra la storia e la permanenza di Francesco a Poggiobustone.
"Buon giorno buona gente", così il Santo salutò la popolazione quando arrivò con sette compagni al paese; e fu ben accolto. Dove in seguito sorse il convento esisteva l'antica cappella di San Giacomo, lassù si rifugiarono, qui Francesco ricevette la rivelazione del perdono di Dio e di qui partì la peregrinazione sua e dei confratelli.

"…li suddivise a due a due, in forma di croce, inviandoli per il mondo… egli stesso si diresse con un compagno verso una parte del mondo, ben sapendo che era stato scelto come esempio per gli altri e che doveva prima fare poi insegnare".
( dalla Leggenda maggiore di San Bonaventura da Bagnoregio)

Sotto di noi la piana reatina, cuore e testimone della presenza francescana; sulle colline intorno fioriscono numerosi conventi: un vasto cratere punteggiato di villaggi, al centro due specchi d'acqua, lago Lungo e lago di Ripa Sottile, specchi vitrei nel verde intenso dei campi. Riconosco dall'altra parte Contigliano e il suo castello e più lontano ancora Greccio e il convento, il luogo dove Francesco nella notte di Natale del 1223 rievocò la nascita di Gesù: all'altare una culla e un bimbo in fasce che il Santo, commosso, prese in braccio. Qui nacque la tradizione del presepio.

Da Rieti a Rocca Sinibalda. Km. 23. giovedì 5 giugno.

Con il primo autobus della giornata lasciamo Poggiobustone; passando per Cantalice e i gruppi di case sparsi sulle pendici della montagna raccoglie studenti e pendolari che con noi scendono a Rieti. Alle otto siamo già in città. Giovanna, Chicco e Mario iniziano subito a camminare perché vogliono raggiungere nel primo pomeriggio Rocca Sinibalda; un taxi li aspetta e li porterà a Roma, dove prenderanno il Frecciarossa e rientreranno in serata a Torino: impegni familiari e di lavoro, anche in pellegrinaggio è difficile staccare il proprio cordone ombelicale. Noi, invece, non abbiamo fretta; Ausilia inoltre deve aspettare l'apertura dei negozi perché ha uno strappo nei calzoni che li ha resi inservibili e deve procurarsene un altro paio. Incontriamo per caso al bar il proprietario di un negozio di abbigliamento sportivo che gentilmente apre il locale in anticipo, così Ausilia risolve il problema.
Rieti tra le otto e le nove è ancora assonnata e, quasi in solitudine, giriamo per la piazza centrale, ammiriamo il maestoso campanile romanico, visitiamo l'interno della cattedrale di Santa Maria Assunta ora pesantemente barocco. Il portico dell'adiacente Palazzo Vescovile, sorretto da pilastri gotici e da volte a crociera, ricordano invece con la suggestione del medioevo la storia della città.
Città antichissima, capitale dei Sabini, radici plurimillenarie, considerata dagli antichi come il centro d'Italia quindi l'ombelico del mondo, ora è una vivace capoluogo di provincia, circa cinquantamila abitanti, posata su di una modesta colina ai limiti della piana reatina.
Su Rieti, rispettivamente da est e da sud, confluiscono due corsi d'acqua, il Velino che scende da Cittaducale e il Turano, più modesto, che risaliremo verso Rocca Sinibalda e Castel di Tora.
La splendida e discreta valle del Turano si insinua silenziosa tra le pendici dei Monti Reatini. La sterrata corre ombrosa per lo più lungo il corso del fiume. Appare infine, alto sulla montagna, l'imponente castello di Rocca Sinibalda a dominare come un'aquila la manciata di case addossate ai suoi bastioni.
La stradina, ghiaia e polvere, si inerpica ripida per poco più di un chilometro dalla folta vegetazione che accompagna il fondovalle sino al paese; siamo accaldati e affaticati. Ognuno prende il proprio passo e ci snoccioliamo lungo le rampe. Abbasso il capo e con pazienza salgo lentamente. Il paese non scappa.
Al limite estremo del paese, arroccato a balcone sui dirupi della valle, c'è l'unico albergo, la Locanda del Convento, tre stelle, una in meno sarebbe sufficiente: camere arredate con semplicità, monacali appunto. Ma nella frugalità l'atmosfera è intima e confortevole, dalle finestre gli scorci sulla valle riempiono gli occhi e l'anima di verde e di azzurro, si è accolti con familiarità e, infine, ci sarà servita un'ottima cena.
Arriviamo alla locanda giusto in tempo per salutare Giovanna e i suoi compagni che, ormai cambiati e riposati, hanno concluso il loro cammino e stanno partendo per rientrare a casa.
Accompagno Gianni per i vicoli del paese, lui alla ricerca di scorci suggestivi: è un fotografo appassionato e non risparmia gli scatti. Io mi lascio conquistare dall'atmosfera del secondo pomeriggio. La calura si sta affievolendo, sale la brezza, leggerissima, dalla valle che abbiamo percorso mentre lo sguardo si perde verso nord nelle brume lontane che velano la piana di Rieti, il pomeriggio impigrisce in un torpore sonnolento. Incombe su di noi il castello, l'antica roccaforte strategica del mille, trasformata nel '500 in una sintesi di fortezza e di palazzo rinascimentale. Architettura singolare con pianta a forma d'aquila o di scorpione. In paese ci raccontano della sua storia e delle scoperte durante il recente restauro, delle sue quasi trecento stanze… Un castello sotto il quale le case paiono piccoli pulcini intimoriti.

Da Rocca Sinibalda a Pozzaglia Sabina. Km. 27. Venerdì 6 giugno

La mattina serena invoglia ad iniziare il cammino di buona lena. I segni gialli della via benedettina conducono verso una stradina ripida quindi in sentieri poco battuti dove non è sempre facile tenere la giusta direzione: uliveti e boschetti ombrosi di lecci. In breve raggiungiamo la tranquilla provinciale che conduce al lago artificiale del Turano. E' un grande bacino realizzato negli anni trenta del secolo scorso lungo una decina di chilometri. Percorriamo la riva destra (sinistra orografica) molto frastagliata dove la strada si inerpica su promontori rocciosi concedendo scorci meravigliosi attraverso il verde sulle acque scendere infine su Pozzaglia. La tappa consigliata dalla guida di Simone Frignani consiglierebbe di concludere il percorso odierno a Castel di Tora, a pochi chilometri, dall'altra parte del lago, ma abbiamo programmato di unire quasi due tappe in una; tocca quindi affrontare ancora una bella fatica.
Nelle ore del pomeriggio ci aspetta la parte più impegnativa della giornata, ma ne vale la pena. Facciamo ancora circa un chilometro lungo il lago, quindi affrontiamo a testa bassa la prima severa impennata di un sentiero assolato e sassoso. La prima mezz'ora di cammino è davvero dura poi la pendenza si ammorbidisce e riprendiamo fiato. Il paesaggio è superbo. Boschetti e piccole radure scendono alle nostre spalle in basso verso il lago incorniciato dalle colline e da villaggi seminati sui poggi. In alto, sulla lontana cresta de Terminillo, ancora indugiano le ultime chiazze di neve.
Salendo i faggeti si diradano. Piccole macchie di arbusti seminate in luminose praterie d'erba sottile; quassù pascola libera una mandria di cavalli. Si entra infine in un fitto faggeto che conduce al valico.
Ci ricompattiamo. Anche il più pare fatto e non resta che scendere tranquilli verso Pozzaglia. Ma il cammino sarà ancora inaspettatamente lungo.
La radura del colle apre un nuovo vasto panorama verso sud verso i vicini monti laziali, i Lucretili di cui il più alto è il monte Pellecchia che tocca i 1368 metri.
Attraversiamo una bella pineta per spostarci verso sinistra con un interminabile saliscendi. Pozzaglia è sotto di noi, pare a un tiro di schioppo, e verrebbe da correre giù per i prati. Il giro invece si snoda su di una strada dissestata che sembra allontanarci; ma i segni gialli confermano che la direzione è giusta. Sono sette chilometri ma la stanchezza e l'impazienza di arrivare li rendono interminabili.
Arriviamo sulla piazza di Pozzaglia: poche case, duecento abitanti, la casa religiosa. Una suorina ci aspetta al cancelletto con premura e con gioia: eravamo attesi. Nei giorni scorsi suor Maria Rosa, la superiora mi aveva più volte telefonato per avere notizie sul nostro cammino e tutte le consorelle ci aspettavano.
Siamo invitati ad assistere con loro alla Messa delle 18 nella vicina chiesa del paese dedicata a San Nicola di Bari. Nella chiesa sono venerate le reliquie di Santa Ulpia Candidia, martirizzata sotto Diocleziano ( III - IV secolo); esumate dalle catacombe di Santa Agnese a Roma, furono donate a Pozzaglia Sabina durante il pontificato di Clemente XII ( XVII secolo).
Prima della Messa una dozzina di pie donne recitano il rosario e intonano canti e suppliche alla santa martire. Siedo con i compagni tra i banchi. Ci lasciamo trasportare, cullare dalla nenia monocorde della preghiera dei semplici. Abbandonarsi e non incagliarci in tortuosi problemi di fede e di coscienza, semplicemente ringraziare della vita, della sensibilità, dell'intelligenza, e prostrarci dinanzi al Trascendente accompagnati dalle devozioni di queste anime. Tanto cammino, anche per pregare insieme.
Mi era successo talvolta di cenare in conventi maschili e il condividere la loro mensa era già stata un'esperienza bella e interessante: vedere le cose da dentro, fraternizzare in semplicità evangelica, non è cosa frequente. Ma il cenare con quattro suorine, condividere alla mensa la loro gioiosa intimità, nel conversare quasi esprimevano la spensieratezza di giovani ragazzine, è stata un'esperienza insolitamente fresca. Eppure nella loro esperienza chissà quanti drammi e dolori hanno dovuto affrontare. Ma c'è anche il tempo della "francescana letizia" e della "alegria" che il pellegrino spesso incontra sul cammino.
Le Suore della Carità, congregazione fondata nel 1819 da Santa Maria Antida, si dedicano all'istruzione dei fanciulli e all'assistenza dei malati, dei carcerati e degli ultimi. Proprio qui a Pozzaglia nacque una loro consorella, Santa Agostina Pietrantoni, vittima di uno squilibrato che assisteva. Domattina, ci hanno promesso, visiteremo la sua casa natale.
Scopro che madre Elvira, fondatrice della nostra Comunità Cenacolo, proviene da questa congregazione ed era loro consorella. Come le Suore della Carità nacquero dalla Compagnia di San Vincenzo de Paoli, così la Comunità Cenacolo ha avuto origine da questa Congregazione. La Carità, soffio dello Spirito, continua a rinnovarsi. Per questo, nonostante tutto, il mondo non è perduto.

Da Pozzaglia Sabina a Mandela. Km. 31. Sabato 7 giugno.

Alle sette recita delle Lodi nella cappella delle suore; abbiamo aderito volentieri al loro invito di condividere l'inizio della giornata: i momenti di preghiera insieme, in tranquillità e serenità sono momenti di grazia particolare da non perdere.
Pozzaglia è un paesino di poche centinaia di anime: case modeste che scendono ripide verso un valloncello scosceso. Tra questi umili vicoli il 27 marzo 1863 nacque Livia Pietrantoni, divenuta suor Agostina di Santa Antida, e divenuta santa e protettrice degli infermieri. Il 13 novembre 1894 cadde vittima in un ospedale romano, accoltellata da un malato squilibrato che stava assistendo.
Prima di lasciare il paese, una suora ci accompagna a visitare la sua casa natale dove sono raccolti i modesti cimeli della sua infanzia: una stanza condivisa con papà, mamma e nove fratelli, una culla, immagini sacre e pochi poveri oggetti. Nella grotta dirimpetto, che fungeva da magazzino e cantina è stato ricavato un intimo luogo di devozione: una statua, una lapide commemorativa, una panca, un cero. Luogo di mistico raccoglimento nella sua umile essenzialità. C'è da riflettere come dalle cose più piccole possano nascere le cose più grandi.
Oggi seguiamo interamente la tranquilla strada provinciale che scende toccando Orvinio, Percile, Licenza. Presso quest'ultima località rimangono alcuni ruderi dell'antica villa romana che apparteneva al poeta Orazio ( 65 a Cr. - 8 a Cr.). Un'indicazione segnala la deviazione che porterebbe al sito archeologico. Tiriamo avanti perché la tappa è ancora lunga e la canicola del pomeriggio si sta infiltrando nel folto della vegetazione.
Mitigo la fatica evocando ciò che resta delle mie reminiscenze di studi classici: l'umile rivoletto che incontro a lato della strada è il Bandusia a cui il Poeta dedicò versi immortali.

"O fons Bandusiae splendidior vitro, …
te flagrantis atrox hora caniculae nescit tangere…"

"O fonte Bandusia più splendente del vetro…
l'ardente ora della canicola non riesce a violarti…"

e vedo il leccio cantato e l'ombra fresca sotto cui riposavano i tori affaticati dal giogo e le greggi mansuete; e il mormorio dell'acqua…
Parafrasando il Poeta: mentre cammino e vivo con i compagni questa esperienza, il tempo, invidioso, fugge; prendi il giorno ( apprezzane il suo valore e la sua unicità ), e non confidare troppo nel domani. La bellezza della vita sta anche nella unicità di ogni suo attimo e nella precarietà per cui tutto è dono. Il pagano Orazio aveva forse una visione più
pessimistica, ma così la voglio leggere. Inoltre, quanta bellezza nelle ombre dei lecci e nel mormorio delle acque: oggi come allora.
La nostra valle va a confluire in quella dell'Aniene a Vicovaro. Qui passano la statale, la ferrovia e l'autostrada, un fascio di arterie che convogliano il traffico tra sud e nord Italia.
Ripariamo nella prima pizzeria, stremati dal caldo, verso le due del pomeriggio. I pellegrini, non so bene quanto di più, suscitano curiosità e simpatia e pure un briciolo di tenera compassione: appartengono in fondo ad una categoria un poco anomala per il mondo d'oggi. Il cameriere si prodiga a servirci birre alla spina e il padrone ci offre bruschette e patate fritte a volontà; e placare dieci pellegrini affamati non è impresa da poco!
Ancora quattro chilometri di salita per raggiungere Mandela, situata su di un poggio tra la valle del Licenza (quella scesa oggi) e la valle dell'Aniene.
Antico pagus citato da Orazio, che da queste parti soggiornò, ora è un grazioso paesino di un migliaio di anime. Tranquillo luogo di villeggiatura e di escursioni:Roma non è lontana.
Alloggiamo alla Casa del Gemellaggio, un appartamento nel centro del paese. La signora Patrizia, con cui mi ero sentito telefonicamente per la prenotazione, corre a consegnarci le chiavi. Anche al bar sotto e in pizzeria saremo accolti con premura e gentilezza.
Dopo un pomeriggio eccessivamente caldo e tanta fatica, specie l'ultima interminabile salita, è fantastico poltrire un'oretta, quindi uscire, chiacchierare, bighellonare tra i vicoli, condividere con i compagni una birra.
Domani, ultima tappa. Proponiamo di partire presto: le prime ore, almeno, le cammineremo con il fresco.


Da Mandela a Subiaco. Km. 33. Domenica 8giugno.

Il piccolo bar del paese, proprio sotto le finestre del nostro alloggio, apre in anticipo per consentirci di partire di buon'ora. Poco dopo le 6,30 siamo già in cammino e ridiscendiamo il fondovalle, attraversiamo la statale e la ferrovia, passiamo il ponte sull'Aniene e prendiamo su nell'ombra della valle che conduce a Gerano. Alexander e Sasca, che hanno trovato sistemazione all'agriturismo sotto il paese, sono partiti ancora prima di noi e ci precedono. La strada sale moderatamente per quattro chilometri costeggiando il torrente. Qualche ciclista già scende infreddolito; uno è fermo a rivestirsi; appena dodici gradi, mi dice, fa fresco.
A Sambuci, elevata sulla sinistra, la valle diventa più aperta e arriva il sole.
La strada provinciale è tutta per noi, al contrario della trafficata statale che risalendo la valle dell'Aniene porta direttamente a Subiaco. Passiamo sotto Cerreto Laziale per salire a Gerano, paesino animato dal viavai della domenica mattina e dallo scampanio che chiama alla Messa. A metà mattina ci arriviamo; pur'esso è arroccato in alto come tutti i paesi, pittoreschi si, ma quanta fatica il raggiungerli! Poi ancora su e scolliniamo tra i monti Tiburtini e i Simbruini. Una visione aperta e solare si allarga in questo suggestivo angolo d'Italia ancora selvaggia e incontaminata; eppure ricca di storia. Da queste parti le ville di Orazio, di Nerone, di nobili famiglie, di cardinali, di uomini potenti in vita a noi sconosciuti… Roma è vicina.
Parrebbe ormai cosa fatta, ma la discesa è ancora lunga e faticosa. Fa caldo e negli ultimi chilometri occorre ancore salire e ridiscendere ripide colline. Si aggiunge l'impazienza di concludere ad appesantire il fine tappa. Verso le due, infine, arriviamo al ponte medievale che scavalca l'Aniene, qui torrente tranquillo e ombroso. Un gruppo di sportivi sta scendendo in canoa.
Occorre metter qualcosa nello stomaco ed affrontare con un ultimo sforzo i quattro chilometri che conducono (sempre in salita!) al monastero di Santa Scolastica. E' l'unico ad essere sopravissuto alle barbarie dei saraceni e ai terremoti. E' un complesso architettonico molto ricco e articolato che testimonia l'incredibile vitalità durante i 1500 anni della sua storia: il campanile romanico del XII secolo, il chiostro cosmatesco ( XIII sec.), il chiostro gotico ( XIV sec. ), e la chiesa del XVIII, spoglia ma con una sua particolare suggestione, ultima di ben cinque chiese stratificate dalle vicissitudini dei tempi.
I miei compagni saliranno ancora al Sacro Speco, dove San Benedetto visse per quasi trent'anni prima di dirigersi più a sud e fondare il monastero di Montecassino. Il luogo fu definito da Pio II, l'erudito Enea Silvio Piccolomini, in visita nel 1461 "nido di rondini", felice definizione di luogo quasi inaccessibile, ponte tra la terra e il volo spirituale: "ora et labora". Aggrappate a pareti apparentemente inaccessibili, stanno chiese sovrapposte, cappelle, grotte interamente affrescate, patrimonio unico di arte e di spiritualità.
Domani, Ausilia, Pericle e Raffaele proseguiranno il pellegrinaggio per concluderlo a fine settimana a Montecassino. Noi, domani, rientreremo con il proposito di proseguire in futuro.
La conclusione di ogni pellegrinaggio è solo un porto da cui ripartire. Non ne conosciamo il termine: sarà ancora lungo e ricco di emozioni da condividere.
Un alito mi sfiora: vai avanti così, la strada è buona.

nilo marocchino