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CAMINO PORTOGHESE
PORTO – SANTIAGO DE COMPOSTELA
29 MAGGIO – 6 GIUGNO 2010
KM. 250 circa
Nilo Marocchino
Tre magliette, tre paia di calzini, tre slip. E’ la sera prima della partenza
ed in questo modo inizia il pellegrinaggio; come sempre, ogni cosa va riposta
nel sacco, senza nulla dimenticare e nulla aggiungere di superfluo, massimo
otto nove chili che, portati sulle spalle, diventeranno parte del nostro corpo
al punto di quasi dimenticarcene.
In questi giorni ho incontrato
i compagni, euforici e impazienti di partire. Pure io, pur sentendo la responsabilità
che mi sono assunto a promuovere questa iniziativa. Balzano in mente i pensieri
più banali: sarà confermato il volo, nonostante i capricci di un lontano vulcano
islandese e saranno rispettate le prenotazioni degli alberghi via mail?
Sveglia
alle 3,15, appuntamento alle 3,45 dinanzi alla stazione del treno e qui, alle
4, passerà a prenderci il pulman prenotato che mezz’ora prima avrà già caricato
i sette compagni cuneesi.
Abbiamo
deciso di percorrere il Cammino Portoghese da Porto a Santiago di Compostella:
quattro giorni di cammino in Portogallo ed altrettanti in Spagna, in tutto circa
250 chilometri.
Anticamente
la Lusitania, cioè l’attuale Portogallo, e la Galizia costituivano un’unità
territoriale e furono attraversate dalle vie romane: la XVI da Braga a Lisbona
e la XIX da Braga ad Astorga, che percorsero
i pellegrini che salivano da quelle regioni a Compostella. Regioni che con le
Asturie e il Leon resistettero all’attacco dei mori e dalle quali nacque la
riconquista, sotto la spinta spirituale di Santiago Matamoros, da allora protettore
della cristianità iberica.
Beppe
mi lascia alla stazione dove è già arrivato Emilio. Arrivano anche Anna e Michele,
infine il pulmino con i cuneesi che ci raccoglie. A Pinerolo carichiamo Carlo
e Gian Carlo. Sulla tangenziale di Torino ci aspettano Giovanna e Bruno. Bruno
ha il pensiero gentile di portarci quindici croissant appena sfornati.
Alle
6,30, in anticipo, siamo a Malpensa per il volo delle 9 per Porto.
Dopo
un volo tranquillo atterriamo alle 11 ora locale a Lisbona. La metro ci porta
in centro, dinanzi alla stazione ferroviaria. Cielo azzurro, nitore, freschezza,
luce, e maestosi palazzi di granito chiaro.
Primo
problema: l’hotel Peninsular non ha confermato la prenotazione, ma, con la disponibilità
dell’impiegata alla reception, ci sistemiamo alla Pensao Chique, a poche centinaia
di metri dall’albergo. Decorosa.
Con
Michele e Armando Bacalao alla Braghesa ( baccalà con patate) al ristorantino
sull’Avenida do Aliados, quindi saliamo
alla maestosa cattedrale. Non trascuriamo il chiostro gotico completamente decorato
da azulejos, caratteristiche piastrelle bianche sulle quali in azzurro sono
rappresentate storie e gesta di santi e di personaggi mitologici.
Il
custode imprime il primo “carimbo” (timbro ) che segna l’inizio del nostro pellegrinaggio.
Gli
altri compagni ci aspettano sulla Ribeira, la banchina lungo il Duoro popolata
di bar e di ristoranti. Scendiamo per la Rua de Bainharia: cielo azzurro, nuvole
veloci che mutano continuamente di forma come in un fantastico gioco di prestigio
e il “fado”, musica melanconica e struggente, anima di questa terra appartata
all’estremo occidente d’Europa.
Sulla
Ribeira affollata di turisti brillano la luce e i riflessi del Duoro, sull’altra
riva, quasi a galleggiare, si aprono le cantine Sandeman e Calem, in alto, che
incombe, il ponte in ferro Dom Luis I, ardita campata progettata nel secolo
XIX dal famoso architetto Eifel.
Qui
senti la presenza di Enrico il Navigatore che doppiò l’Africa in rotta verso
le Indie e respiri la vastità dell’oceano ormai prossimo.
Alle
19 Messa nella chiesa dos Reparadoes, edificio barocco sulla piazza della stazione.
Cupola ellittica, pareti con rilievi in granito, severa e maestosa. Tra tanta
magnificenza il suono solenne dell’organo accompagna la preghiera di pochi fedeli,
con noi, qualche decina.
L’esiguo
numero dei fedeli contrasta con l’antica ricchezza. Si è rimasti in pochi, superstiti
di un culto antico che ancora sopravvive tra queste mura. Fuori, il mondo veloce,
in affanno, distratto. Ma anche morisse la fede, Dio e la Sua Bellezza
non possono morire. Rimarrebbe il vuoto e dal nulla non può che generarsi
il nulla.
Cena in un ristorante sulla
Ribeira: scorcio da sogno, ma cena pe turisti da spennare. Tranquilli, in Portogallo
per le nostre tasche è quasi tutto a buon prezzo.
Nella
notte il Duoro incanta con mille riflessi e dieci graziose studentesse, mantello
a ruota nero, che cantano languidi motivi
lusitani e improvvisano con i presenti passi di danza.
Finiamo
in bellezza alla “Maison du Porto”,
un locale esclusivo nella calle che sale tra le case della città vecchia. Penombra
tra miriadi di bottiglie che tappezzano pareti e soffitto. Etichette che mostrano
annate che incutono soggezione, una chiesa per sacralità, un’alcova per sensualità
di profumi e di aromi. Chi mesce è un bonario francese innamorato di Porto e
del Porto, di questo vino profumato e avvolgente che concede sogni di voluttà.
L’inizio
è stato ottimo. Domani incominceremo a macinare passi.
DA PORTO A POVOA DE VARZIM
30 maggio. Km. 28
Il tratto Porto – Mothosinos
è un rincorrersi di anonimi blocchi condominiali, casette in disordine sparso,
campi spesso incolti, capannoni, fabbricati dimessi nel caos apparente delle periferie. Lo percorriamo
velocemente in metro: dieci chilometri da lasciare alle spalle.
E
infine eccoci a camminare. Superiamo il canale che divide Mothosinos e raggiungiamo
la costa.
Mare
aperto, vento gagliardo, onde lunghe che si infrangono spumeggiando con violenza.
Il
percorso è completamente attrezzato da una interminabile passerella che scavalcando
le dune costeggia il mare. Ad un capo una stele segnale la “Fine do mundo”,
un luogo esaltante per la luce e l’azzurro dominante: il verde è a destra, lontano,
qui una fascia di sabbia e di dune, a sinistra la vastità viva dell’oceano.
Tra
i banchi di sabbia rose selvatiche, margherite e cespi di ginestre; in un avvallamento
si rivela un minuscolo laghetto d’acqua trasparente coperto dalle ninfee.
Un
boccone seduti tra gli scogli mentre uno stormo di gabbiani si disputa le nostre
briciole. Più avanti, rientrati tra le villette, profumo di ligustro e di caprifoglio.
Dopo
l’antico e monumentale acquedotto, ben sette chilometri e novecentonovantanove
archi, c’è Vila do Conde, un grazioso paese sul canale. Di qui gli ultimi tre
chilometri per raggiungere Povoa de Varzim.
Siamo accolti all’hotel
Luso Brasileiro con efficienza e gentilezza. E’ bello, dopo una giornata, stanchi,
essere ricevuti come ospiti attesi e graditi. L’albergo, due stelle, meriterebbe
una stella in più.
Siamo
tutti entusiasti, esaltati dalla bellezza del percorso di oggi.
Concludiamo
con un’ottima cena che ricorderemo per la varietà, la bontà ed abbondanza dei
piatti di bacalao, per gli antipasti con frutti di mare, per l’aguardiente infine,
e per l’onestà del ristoratore.
DA POVOA DE VARZIM A BARCELOS
31 maggio. Km. 31
Ci
sveglia il suono delle sirene che segnalano alle imbarcazioni la costa, un lamento
a intermittenza che esce dalla nebbia più fitta. Il lungomare, la spiaggia,
dove ieri si passeggiava, sono scomparsi in un biancore lattiginoso e impenetrabile.
Con il procedere del mattino
ed allontanandoci dalla costa la nebbia si dissolve e compaiono i primi rilievi
dell’interno.
Seguiamo
la nazionale che va verso Barcelos, a circa 25 chilometri. Strada tranquilla
che presto lasciamo avendo individuato sulla sinistra i segni gialli del Camino.
Passato un gruppo di case, la strada si fa sentiero: un camminare in boschi
di pini, eucalipti, platani, querce e felci gigantesche. La digitale purpurea
abbellisce il percorso ai lati, sulle rive.
E’
circa mezzogiorno quandi compaiono il campanile di una chiesa e il villaggio
attorno. Ci fermiamo per il pranzo in un bar: birre e ottimi panini al prosciutto.
La
cameriera dice a noi increduli che ci troviamo a Boa Fonte sul sentiero che
sale a nord verso Viana do Castelo: non è il nostro e dovremo piegare verso
est. Abbiamo allungato di qualche chilometro, ma non sono stati passi sprecati
per la bellezza del percorso.
Poco
meno di quindici chilometri ci separano da Barcelos. Riprendiamo la nazionale.
Fa caldo. Arriviamo affaticati dopo le 16.
Residencial Arantes, sulla
piazza, di fronte al parco: fiori rossi alle finestre, vetri a quadretti bianchi,
una immagine di accogliente nitore. Sali un’ampia scala e ti trovi in un grande
appartamento signorile che i proprietari ancora occupano in parte. E’ come essere
ospiti in un’elegante e ricca casa privata. Divido con Emilio un salone ora
adibito a camera da letto.
Due
passi fino in fondo al paese alla chiesa della Misericordia elegantemente decorata
all’interno da azulejos. Un gruppo di fedeli recita il rosario dinanzi ad un
maxischermo che copre l’altare maggiore. Fa una certa impressione, in una chiesa,
seguire una preghiera condotta non da un sacerdote ma da un mezzo telematico
di comunicazione. Siamo rimasti così soli e alieni?
Ritorniamo
sulla piazza a visitare la chiesa barocca do
Senhor Bom Jesus: pianta ottagonale, circondata da un muro ornato di obelischi,
trionfo del granito lavorato con maestria, alleggerito all’interno dalla freschezza
degli azulejos bianco azzurri.
Cena,
naturalmente, con bacalao e patate, piatto tipico di questa regione. Tutti insieme,
affiatati e in allegria. Durante il giorno c’è chi corre, chi si attarda, quindi
ci si aspetta e si gode della reciproca compagnia.
A
Barcelos non possono passare inosservati i galletti di ceramica o di legno dai
colori vivaci che vendono come souvenir del luogo. Il galletto, ancorché simbolo
del Portogallo, qui rievoca il leggendario miracolo dell’impiccato, comune a
Santo Domingo de la Calzada, che ogni pellegrino jacobeo conosce.

DA BARCELOS A PONTE DE LIMA
1 giugno. Km. 36
Anche oggi la frescura
della mattina, con l’avanzare delle ore, è dimenticata. Le prime ore sono spesso
le più produttive perché si è ancora riposati e si cammina di buona lena. Seguiamo
i segni gialli che ci portano lungo dolci colline, boschi ombrosi e vigneti.
Una
sorpresa, cosa nuova per il nostro camminare sino ad ora spensierato: sento
da un gruppo di compagni in marcia arrivare un brusio sommesso, quasi un mormorio
cadenzato a segnare il procedere dei passi. Pietro sta conducendo il rosario.
Sentir nascere dal gruppo questa preghiera spontanea mi commuove ed anch’io
mi unisco. Scorrono intorno a noi le bellezze della natura, le ombre degli alberi,
il muovere allegro dei ruscelli: un mondo che prega con noi, che ringrazia per
il miracolo della vita.
Dopo
le dodici arriverà il tempo per un modesto spuntino all’ombra di un albero o
in un piccolo bar di paese. Infine le ore del pomeriggio, le più pesanti. Chilometri,
non più molti, ma allungati dalla fatica e dall’impazienza di concludere la
tappa. Già immagini la doccia ristoratrice e le comodità dell’albergo.
I
compagni, che per le vesciche ai piedi hanno dovuto raggiungere Ponte de Lima
in autobus, ci telefonano che l’albergo è sì confortevole ma fuori dell’abitato,
a circa quattro chilometri.
Pazienza.
Passiamo
in paese che prende il nome dal rio e sul lungo ponte di origine medievale,
anzi di più antica origine; di qui passava infatti la via romana XIX.
Cittadina
di circa 5000 abitanti, graziosa e tranquilla, sulla riva sinistra del Rio Lima.
Vecchie botteghe che espongono impilati o appesi alle pareti stoccafissi di
ogni qualità e misura: un odore aspro e salino che rievoca l’oceano. E umili
osterie dall’odore pesante e corposo di birra, di vino, di tabacco. Con due
tre euro ti servono una sopa e un bicchiere di tinto (vino rosso).
Noi
ceniamo al ristorante all’angolo con qualche pretesa in più: un delizioso polipo
alla griglia.
DA PONTE DE LIMA A TUI
2 giugno. Km. 38
La
cittadina si trova a sud, al di là del Lima, che scorre lentamente gonfio dell’acqua
della sierra da cui scende e si aprirà nell’Atlantico a Viana do Castelo.
Preferiamo
salire lungo la statale sino al colle che divide la valle del Lima dalla valle
del Rio Coura: tredici chilometri tranquilli in dolce pendenza. Cave e capanne
in cui si lavora il granito. Oltre il colle, ondulate colline in leggera discesa
attraverso villaggi deserti, Rubiaes, Sao Bento, Fontura. Si scende verso Valenza
do Minho, ultima città prima di attraversare il
rio che fa da confine con
la Spagna.
Arriviamo a Valenza affaticati nelle ore più
calde del pomeriggio. Un lungo viale costeggia a destra la collina dominata
dalla cittadella, scendiamo infine al lungo ponte in ferro che scavalca il Rio
Minho.
Tuy
è vicina, sull’altra sponda, con l’antica cattedrale fortezza sul culmine della collina.
Pure
qui, come ieri, scopriamo che l’hotel si trova parecchio fuori città, almeno
quattro chilometri, ma fortunatamente sulla strada che percorreremo domani.
Sono gli imprevisti di chi maneggia internet con poca perizia.
Qualcuno
è già arrivato, qualcuno raggiungerà l’hotel in autobus, e qualcuno coi propri
passi più tardi.
Armando,
uno dei nostri eroi, si preoccupa di salire alla cattedrale e all’albergue do
peregrinos e di far timbrare le credenziali.
Hotel
Alfonso Primero, economico ma di lusso. Quasi non ci riconosciamo più poveri
pellegrini. Queste sono le sorprese,
anche piacevoli, dei posti scelti su internet. E alla provvidenza non si mettono
ostacoli.
Tra
Portogallo e Spagna, polipo e baccalà godono di infinite varianti ed è bene
approfittarne, soprattutto se accompagnati dal delizioso albarino, un vino bianco
dai riflessi verdognoli che nasce lungo le rias, che trovi soltanto da queste
parti.
Dopo
cena le nostre compagne, instancabili, prenderanno un taxi per andare in città.
Noi preferiremo un ultimo bicchiere di porto, quindi il letto.
Oggi
trentotto chilometri.
DA TUY A REDONDELA
3 giugno. Km. 35
Dall’hotel
Alphonso Primero una deviazione della statale conduce a Ribodelouro, un tranquillo
villaggio agreste dove si ammira un’insolita processione di ben cinque cruceiros.
Quindi un suggestivo sentiero che passa l’umile Rio Louro: scorrere quieto d’acque trasparenti
nell’ombroso sottobosco.
L’incanto finisce presto
quando riprendiamo la nazionale che attraversa il poligono industriale di Porrino:
almeno cinque chilometri diritti tra file di anonimi capannoni.
Grazieadio
Pietro conduce il rosario: anche la preghiera, con la sua ripetività, sacro
mantra, aiuta lo scorrere di questo tratto monotono.
Presto
riprendiamo il cammino tra vallette, prati ridenti e vigneti fino a Mos, poche
case protette da una chiesa antica e da un severo palazzo nobiliare.
Una
dura salita porta ad un bar di cui – la padrona tarda a comparire – prendiamo
possesso.
Un
rilassante altopiano e una folta pineta, quindi ripida discesa verso Redondela.
Tra gli alberi segrete fessure tra cui compare in basso l’azzurro del Ria de
Vigo. Brusio dell’autostrada nascosta ma vicina ed il rimbombo, quasi tuono
a ciel sereno, degli aerei che si alzano dall’aeroporto di Vigo.
A Redondela, sulla riva
della Ria, è profumo di mare e riposo di pescherecci ormeggiati in attesa dell’alta
marea. Case dai graziosi balconi vetrati, i bovindi, caratteristici della Galizia
prossima all’oceano.
Ancora
cinque sei chilometri per raggiungere Casa Padron, un piacevole alberghetto
alto sulla baia.
Panorama
di bellezza più struggente non si potrebbe immaginare.
Grigliata
di pesce, come soltanto qui puoi gustare: dall’ampia veranda l’azzurro intenso
della baia, quasi un lago e l’azzurro trasparente del cielo che piano piano
s’inscurisce. Qui, la notte tarda a conquistare il cielo e le stelle, timide,
a comparire.
DA REDONDELA A CALDAS DOS REIS
4 giugno. Km. 38
Sveglia
antelucana per iniziare a camminare non dopo le sette, causa la lunghezza della
tappa. Il sole è ancora nascosto dagli umidi vapori dell’oceano: cielo opaco,
verde spento lungo la strada e silenzio.
Ad
Arcade, villaggio sulla Ria, attraversiamo lo storico ponte Sampaio dai massicci
piloni. Sotto, nell’acqua ferma, brulicare di pesci che salgono veloci in superficie
a catturare insetti.
Profumo intenso di pane
appena sfornato tra le calli in salita che portano in cima alla collina.
Pontevedra è vicina e a metà mattina attraversiamo
la via principale del centro storico che conduce alla piazza della Virgen Peregrina.
Pontevedra
è città di circa settantamila abitanti, ma questa parte conserva ancora l’aspetto
antico: rumore di passi e tranquillità, verande bianche, via vai di gente tra
le botteghe.
Ad
una svolta compare il santuario della Virgen Peregrina (sec..XVIII), piccola
gemma barocca, conchiglia di granito sovrastata da due campanili.
Entriamo alla spicciolata
ed io, nel raccoglimento, rievoco le emozioni di una precedente visita. Pochi
minuti per raccoglierci e raccogliere le nostre pene, le nostre fragilità, ma
anche per provare quella gioia segreta che ti si rivela nei momenti più intimi.
Siamo qui, dinanzi alla Vergine, nelle parole muti, ma è la nostra anima ad
esprimere parole di raggiunta serenità.
Pranzo
nel bosco, ai lati di un allegro ruscello. Passano altri pellegrini ed escursionisti,
numerosi soprattutto quelli in bike.
Il
solito pomeriggio caldo ci conduce oggi a Caldas dos Reis.
Nell’abitato
sgorga una fontana, due bocche di leone che gettano acqua bollente. Già i Romani
costruirono le terme per utilizzare le acque solforose. Bagno i piedi nell’acqua
bollente al limite della sopportabilità: abluzione rigenerante. Ora posso passeggiare
per il paese rinfrancato e più leggero.
Anche
oggi, dopo tanta fatica, quasi 40 chilometri, ci siamo ripresi, il morale è
alto, vino bianco e rosso aiutano. Ogni cosa sta andando per il meglio, peccato
che la conclusione del pellegrinaggio si stia avvicinando.
DA CALDAS DO REIS A PADRON
5 giugno. Km. 19
Questa mattina non abbiamo
avuto fretta a partire: poco più di venti chilometri ci hanno condotto a Padròn.
Santiago è ormai dietro l’angolo.
La
calle centrale di Caldas, l’antica Rua Real conduce al Puente Bermana, un’incantevole
costruzione medievale che attraversa il rio omonimo e conduce ad un bosco di
alberi centenari. Si sale dolcemente per superare un rilievo. La Galizia è un
insieme di nervature di colline che danno origine alle rias e che conducono
all’oceano. Al pellegrino tocca scavalcarle pazientemente e verrà premiato da
angoli di suggestiva bellezza, da gruppi di case contadine, da cappelle di culto
antico e ancora da boschi dalle essenze più varie, dalle querce agli eucalipti.
Spesso
camminiamo su sentieri lastricati: qui passava la via romana XIX che collegava
il nord con la Lusitania, l’attuale Portogallo.
Non è ancora mezzogiorno
ed arriviamo lungo un bellissimo viale di platani secolari a Padròn.
La
tradizione narra che qui approdò la nave che trasportava da Jaffa in Palestina
i corpi dell’apostolo Giacomo e dei suoi discepoli Teodoro e Atanasio.
Ai
piedi del promontorio su cui sorge il settecentesco convento del Carmen, superato
il ponte, c’è una fonte sul cui frontespizio è raffigurata la scena della traslazione
del corpo santo da una barca alla vicina città di Iria Flavia.
Al
di qua, invece, in cima al viale monumentale, sorge la chiesa di Santiago de
Padròn. L’austera costruzione neoclassica conserva un’iscrizione dei tempi dell’arcivescovo
Gelmirez (sec. XI), una statua medievale di Santiago e soprattutto, sotto l’altare,
“el Pedròn”, un’antica ara romana dedicata al dio Nettuno. Secondo la tradizione
a questo monolite, usato come bitta, fu ormeggiata la barca che portava i corpi
santi.
Leggenda,
tradizione, antichi culti, che trasudano fede semplice, sofferenze, speranze,
preghiere di un’immensa moltitudine di anime.
E’
questa l’anima dell’uomo e del mondo che il pellegrino nel suo continuo andare
va cercando.
Verso
Santiago, a circa un chilometro, sorgeva l’antica Iria Flavia dove nell’undicesimo
secolo risiedeva il vescovo Teodomiro, colui che diede credito alla visione
dell’eremita Pelagio e fece costruire sul luogo dell’avvenimento la primitiva
chiesa dedicata a Santiago.
Domattina
sveglia antelucana per gli ultimi chilometri che ci condurranno a Santiago di
Compostella. Bisogna arrivare presto per essere presenti alle dodici alla solenne
Messa del Pellegrino.
DA PADRON A SANTIAGO DI COMPOSTELLA
6 Giugno. Km. 23
Bruno
e Carlo, accompagnati da Armando, partono alle cinque, un’ora prima di tutti
gli altri. Si è deciso così perché i due compagni hanno i piedi ridotti male
e vogliono comunque completare l’ultima tappa camminando. A noi basta partire
alle sei per essere verso le 10,30 a Santiago e metterci in ordine per la Messa
delle dodici.
Michele
ed io abbiamo dormito in camera con Armando. Lui se la fila all’ora giusta facendo
tutta l’attenzione possibile per non svegliarci. E così alle sei stiamo ancora
dormendo. I compagni, dopo averci atteso e non vedendoci arrivare, ci chiamano
e per non perdere tempo si incamminano.
Venti
chilometri sarebbero pochi, ma le ore sono contate. Ci costringono così ad un
affannato inseguimento. Chilometri che non hanno storia tranne gli ultimi, più
vari, sulle ondulazioni delle colline che precedono la città. Siamo impazienti
di veder apparire in alto e lontana la cattedrale.
Quasi
si corre e infine, verso le 10,30, ci ritroviamo tutti insieme sulla piazza
de Obradoiro dinanzi alla meta. Oggi è la domenica del Corpus Domini e la cattedrale
e le piazze intorno brulicano di pellegrini.
Ci
sarà comunque posto anche per noi ad assistere alla Messa solenne e, con il
viso all’insù, a vedere in dondolio finale del Butafumeiro (turibolo), volo
angelico che sale fino agli archi del transetto.
Domani
concluderemo in autobus il nostro pellegrinaggio a Finisterre, estremo limite
dell’Europa continentale: raffiche di vento, nebbie che corrono veloci, rovesci
improvvisi di pioggia, mare senza fine.
Un
pellegrino giapponese, su di uno scoglio,sta bruciando gli indumenti del suo
viaggio. Rito universale: una parte di noi sta finendo per rinascere nuova.
Partecipanti:
Anna
Boretto – Angela Bottero – Claudia Casella – Armando Castelli – Michele Castelli
– Emilio Crisci – Giovanna Fila Ribattino – Carlo Galetto – Pietro Giordana
– Marco Girodengo – Marco Maccario - Nilo
Marocchino - Lucia Prato – Bruno Prodi
– Gian Carlo Varotto.