INSIEME SUL CAMINO RONCISVALLE – ESTELLA

appunti dal moleskin di viaggio

di Nilo MarocchinoGruppo pellegrini

Lourdes

17 giugno 2006, sabato
Anche quest’anno passo per Lourdes. Oggi con i compagni pellegrini in cammino sulla via di Santiago. Breve tappa dopo un viaggio di 900 chilometri. Domani, un altro balzo e saremo a Roncisvalle, dove inizierà il vero e proprio pellegrinaggio jacobeo.
Una cena veloce e poi svelti verso il santuario per partecipare alla fiaccolata della sera.
Passiamo senza indugiare nella strada dei negozi che porta al ponte oltre il quale si apre la spianata, il luogo sacro.
Varcare il cancello spegne le nostre futili conversazioni.
Per alcuni compagni è la prima volta, per me, di nuovo e finalmente qui. Ancora.
Lontano, dinanzi alla basilica, si stanno raccogliendo i gruppi per la processione. Anche noi, camminando, entriamo nel flusso che si avvicina e va a confondersi tra le fiaccole che incominciano ad accendersi. Gli altoparlanti in ogni lingua invitano al raccoglimento e alla preghiera e a smorzare l’inevitabile brusio dei numerosi fedeli.
gruppo pellegriniCon Marco, Angelo e Michele mi fermo sulla rampa ad osservare le centinaia di carrozzelle dei malati che iniziano a muovere. Quanti saranno? Volti sorridenti, volti assenti, volti inespressivi, volti disfatti da mali misteriosi. I mali nel mondo, quanti saranno?
E’ un evento che continua ad essere sconvolgente. Ogni male ha perso la sua asettica classificazione scientifica, è sofferenza globale di un’umanità, moltitudine di singole anime, che avanzano con muta commozione. Soltanto preghiera e canti nella sera che sta annottando.
Oltre è il fruscio del fiume ed il silenzio del cielo che ci sovrasta, troppo grande.
Umanità che soffre. I nostri affanni paiono poca cosa.Compassione, ma anche serenità.
Un groppo sale in gola, rompe i freni, è singhiozzo, sono lacrime. E’ con-passionevole liberazione.
Nella commozione la propria identità ha perso i meschini egoismi, è soltanto voce che invoca.
Vergine Santa, Immacolata, espressione della purezza perfetta, per noi irraggiungibile sogno, non ho intelligenza così acuta da comprendere la Tua grandezza, cuore così grande da sentire appieno il Tuo amore di madre.
C’è un vuoto in me, in noi, in ogni uomo, incolmabile, che chiede amore e protezione.
Vergine Santa, come una mamma, accompagna il nostro comune cammino ed aspettaci all’arrivo ultimo con il Tuo Abbraccio.
Tocchiamo le pietre della grotta che assistettero al miracolo della Tua presenza. Nell’Evangelo si narra di una donna malata che sfiorò la veste di Cristo e che fu risanata.
Anche noi, presenti nella nostra fisicità in questo luogo di grazia e di mistero, chiediamo salute e salvezza. Non ci sarà concessa la comprensione delle complicate verità dogmatiche, la religione dei colti, ma, ne sono certo, per semplice atto di fede la verità degli umili.


Roncisvalle

18 giugno 2006, domenica
Alto de Ibaneta, al culmine del colle una roccia ricorda Rolando, il paladino cristiano che qui, lui invincibile, sopraffatto dall’orda basca, affidò il suo destino a Dio. Rimangono la leggenda, una roccia, una spada, e le nuvole che corrono alte tra Francia e Spagna. Tredici pellegrini intorno alla stele: la prima fotografia di gruppo del nostro pellegrinaggio.
Entusiasmo e gioia festosa.pellegrini
Questo luogo è il leggendario punto cardine della nostra faticosa incancellabile identità europea.
Una roccia, una spada, tanto vento, tante tempeste, e il respiro di moltitudini transitanti nel loro cammino esistenziale che hanno lasciato il segno profondo della loro presenza. Ne percepisco l’energia senza approfondirne la natura. Non è oggetto di scienza ma di sensibilità.
I prati ricordano con un soffio di nostalgia il nostro paese lontano mille chilometri. Anche qui la medesima anima.
Armando intona sottovoce “montagne del me pais”. In crescendo si uniscono altre voci mentre scendiamo verso l’ospizio di Roncisvalle.
La colleggiata è gremita di fedeli, ma trovo ancora un posto comodo nei primi banchi.
Me ne sto disorientato e distratto, mentre ha inizio la Messa dei canonici, stole bianche segnate sul petto dalla verde croce dell’Ordine. Anche della predica colgo poche parole. Un vago rilassamento mi conduce ad assopirmi. Dopo due giorni di viaggio faticoso ho bisogno di staccare e di stare un po’ con me stesso.
Agli occhi appannati dal torpore appare la Vergine col Bimbo, sfolgorio di luci. Un baldacchino, oro e argento, li proteggono dall’alto come preziosissimo cielo.
Non ho più pensieri, soltanto la contemplazione della luce che si dilata nell’animo.
I canti e lo scorrere del tempo passano su di me; nello spirito un’altra dimensione, anche se il corpo, automaticamente, segue i gesti della devozione collettiva.
La preghiera più bella: essere confuso nel Tutto, oltre i freni critici della ragione.
Ecco il miracolo eucaristico, il culmine della celebrazione, e la folla si accosta all’altare in devota comunione al Cibo Divino.
Oggi, domenica, si celebra la festa del Corpus Domini. Un grande privilegio per noi è iniziare il Camino con questo viatico.
Al termine della Messa usciamo in processione, fuori, oltre la poderosa costruzione dell’ospizio. Raggiungiamo la cappellina adiacente al Silo di Carlomagno. Benedizione solenne tra i prati verdi nel pomeriggio che indugia nei caldi colori della prima estate. Un fresco alito di vento fa muovere, tremare, piegare la fiamma delle candele sull’altare campestre.
Rientrati nella Colleggiata il sacerdote impartisce la benedizione particolare ai pellegrini in partenza. Il sentirci chiamati in ogni lingua ci emoziona. Scoppiano infine applausi e canti: mano nella mano, il grande cerchio fraternizza e ci unisce nella gioia della prossima partenza.


Roncisvalle – Zubiri

19 giugno, lunedì
Un brano di musica sacra segna il risveglio nella grande camerata dell’albergue: un centinaio di posti in letti a castello nell’unica navata dell’antico edificio adibito a dormitorio, ai lati della strada nazionale.
L’ultima oscurità si rischiara poco a poco di lampade frontali mentre sale un brusio leggero: sono i pellegrini che si stanno preparando a partire. E’ il momento atteso con impazienza, ma anche concreto e crudo, del distacco. Hai appena il tempo di destarti ed il salone si sta svuotando: i primi sono già lontani.ponte
Il temporale della notte ha rinfrescato l’aria. Un banco di nebbie leggere indugia sui prati che scendono verso valle. I fili d’erba stillano rugiada, brillano di effimere gocce. Il cielo è terso. Promette bene.
Il primo tratto di cammino si sviluppa all’ombra fitta di un faggeto. Sotto gli alberi pare ancora notte. Più a valle il bosco si interrompe in praterie dove un’allegra brezza piega l’erba e spande i profumi del primo mattino. Qualche grillo inizia timido a tentare il canto. Presto sarà il frinire della cicale a dominare l’universo.
Con il trascorrere delle ore il cammino si fa duro, ma si continua con lena ed allegria a marciare. Affaticano particolarmente l’ultima salita e la successiva lunga discesa nel bosco per un sentiero dissestato su Zubiri.
Sono le 14,30 quando il gruppo si ricompatta davanti all’albergue. Siamo un po’ tutti provati dal caldo e della fatica, anche se qualcuno tra noi, con l’impazienza del primo giorno, è arrivato già da un’ora.
La prima tappa del Camino, circa 25 chilometri, è conclusa. 13 pellegrini, insieme, in entusiasmo e “alegria”, la sana gioia che tutti incontrano sulla strada di Compostella.


Zubiri – Pamplona

20 giugno, martedì
La pioggia è scesa per tutta la notte ed ora, nella prima incerta luce, continua a cadere. Anche questa situazione è parte del Camino e rischia di appannare i facili entusiasmi. Occorre abbassare la testa e partire.
Durante il pellegrinaggio ogni giorno propone nuove esperienze, buone e meno buone. Pure quest’acqua che scende con insistenza ci rende consapevoli di trovarci sulla strada. La nostra unica certezza è la meta, mentre non sappiamo attraverso quali prove. Conoscere il nostro traguardo è l’unica certezza: non è poco. Nella vita quotidiana, invece, spesso accade di non pensare e di non conoscere il proprio fine ultimo. Non vivere ma lasciarsi vivere senza consapevolezza.
Riusciamo a fare la prima colazione a Larrasoana, al primo bar aperto. Nel modesto locale non ci stiamo tutti ed allora fuori sotto la pioggia battente. Fortuna che siamo preparati al peggio: kway e poncho danno una protezione sufficiente. Ma cosa ne penseranno i pellegrini neofiti che abbiamo coinvolto in questa avventura? In particolare Francesco e Davide, quindici anni ciascuno e tanto entusiasmo.
Si scende a valle lungo il rio Arga, verso Pamplona. La pioggia è cessata ed un vento leggero sta sfilacciando le nubi. Il cielo rischiara, appare timido il sole.
Percorriamo gli ultimi chilometri attraverso il bellissimo parco fluviale che precede la città. Passi faticosi perché ristagna pesante l’umida afa lasciata dalla pioggia.
Anche oggi è fatta e troviamo ospitalità nell’albergue, un antico convento adibito all’accoglienza dei pellegrini.
A poco più di due settimane dalla festa, per le strade, in ogni locale, si sente tra l’odore esuberante delle bevute l’effervescenza dell’attesa.
Termina il secondo giorno della nostra breve esperienza ma già stiamo provando quanto sia vario e sorprendente il Camino.
Emozioni che salgono dal cuore, nuove talvolta, altre volte ridestate dal profondo dell’animo come gioiosa infantile serenità ritrovata.
Alla sera ceniamo in una taverna nel centro storico, a ridosso di Plaza do Castello; Marco l’aveva scoperta per pranzo e si era trovato bene.
Un gruppo di fisarmonicisti suona le danze della Navarra, melodie che m’intrigano per l’affinità con le “curente” delle nostre valli occitane. Occitania, Provenza, Linguadoca, Navarra… ed ancora verso occidente verso la lontana Galizia, popoli legati da storia, leggende, tradizioni comuni. La musica è il filo che ci conduce attraverso le emozioni a sentire nell’animo le medesime radici.
La città si sta preparando alla grande festa di San Firmino, 7 luglio, in cui verrà dato largo ai tori. Per le strade una entusiasmante, eccitante, pericolosa corrida, festa crudele e pagana più che di devozione.


Pamplona – Puente la Reina

22 giugno, lunedì
Zariguiegui, nome ostico per una manciata di case alte sulla montagna, a poco meno di mezz’ora dall’Alto del Perdon.
Me ne sto disteso sul muretto dinanzi alla chiesa romanica, pietra gialla abbacinata dal sole. Due pellegrini scattano foto e riprendono fiato.
Ho lasciato indietro i compagni allungando il passo sulla rampa assolata, tra le distese ondulate di grano ormai biondo. Sono salito in una sorta di ebbrezza sotto la luce accecante ed aliti di brezza che incoraggiavano e spingevano il mio andare. Dopo circa un quarto d’ora mi raggiungono i compagni, anch’essi provati ma entusiasti di vivere questa stupenda giornata di grazia.
Ancora un poco e raggiungiamo senza fatica l’Alto del Perdon.lungo la strada
Sul filo di cresta, tra terra e cielo, si ergono decine di giganteschi mulini eolici: flottare di bianche pale a fendere l’azzurro purissimo del cielo.
Sull’ampio colle è disposta un originale stilizzazione di una carovana di pellegrini. Ci confondiamo tra le sagome per una fotografia di gruppo.
Su questo colle si incontrano per tradizione il Camino Frances, che noi stiamo percorrendo, ed il Camino Aragones che giunge da est, dal colle di Somport, dalla Linguadoca , Provenza e dalla lontana Italia. E’ un incontro emblematico dove si mescolano vento e cielo, luce e grazia.
Affiora la frase del profeta Isaia:
“Le genti cammineranno nella tua luce”
C’è la consapevolezza, sensazione fisica, di essere immersi in questo vasto mare di grazia.
Dall’alto, praticamente in cielo, ecco apparire in basso Una serie di morbide colline solcate da campi gialli e terra arsa dal sole, e tra queste, disposti in fila sino all’orizzonte, gruppi di case, i villaggi di Uterga, Muruzàbal, Obanos. Puente la Reina è oltre, nascosta da un ultimo lontano rilievo.
“Atenciòn a la bajada, que puede resultar màs dura que la subida per las numerosas piedras…”
“Attenzione alla discesa che può risultare più dura della salita per le numerose pietre…”
Così si legge sulla guida. Ed è vero.
Angelo, Donata, Raul ed io lasciamo per ultimi il colle e scendiamo lentamente inciampando nei sassi. La discesa tra sterpi polverosi pare non finire.
All’ombra della prima casa di Uterga ci aspetta Michele con una manciata di di nere gustosissime ciliege.
Raggiungiamo gli altri compagni e procediamo nella luce accecante del primo pomeriggio. A Muruzàbal, ormai pochi chilometri da Puente, Armando mi propone una deviazione per l’Ermita di Lunate. Allungheremo di quattro chilometri, ma ne vale la fatica. Con noi vengono Francesco e Davide e sulla strada ci raggiungono anche Paola e Guglielmo.
Ci immergiamo nell’immobilità della luce tra la distesa dei campi. Nel giallo dell’arsura la lunga strada bianca conduce all’oasi, macchia scura d’alberi, dove sorge l’antica chiesa di Eunate.
Della fondazione, quasi un millennio, si sono perse documentazione e storia, ma la tradizione e la struttura ottagonale la fanno attribuire ai cavalieri templari. La cappella è circondata da una corona di archi in pietra. La porta è aperta e nella fresca semioscurità brilla una madonnina dal viso di bimba con in braccio il Santo Bambino. Aleggia in sottofondo una musica sacra dolcissima, preghiera di fiati e soffio d’organo.
E’ preghiera, siamo preghiera, in questo magico irripetibile momento.
A metà pomeriggio raggiungiamo i compagni a Puente la Reina. Marco ci ha trovato alloggio nel seminterrato di un hotel tre stelle, poche centinaia di metri prima del paese. Posto di lusso! Docce con idromassaggio e pure una graziosa chiropratica che rimette in sesto i piedi di Bruno e la schiena di Donata.
Talvolta succede che anche i pellegrini siano accolti come dei gran signori. Sta proprio qui l’intrigante modo dell’essere pellegrini. Ogni giorno una scoperta e nuove emozioni. Sole, pioggia, polvere ed arsura, un misero giaciglio o anche solo il duro pavimento, e poi, inaspettati, un buon letto ed un’ottima cena.
La cena. Momento di entusiasmo e di allegria.
Anche qui, come nelle altre sere, si è ritrovata la gioia nel sorriso di tutti, e nelle risate esplosive di Bruno, s’è fatto un po’ di chiasso, ma è così che si esprimono i cuori allegri e liberi.


Puente la Reina – Estella

22 giugno, giovedì
Lasciato Puente la Reina, salgo con Angelo per un sentiero che s’arrampica tra sterpi e sassi. Ci seguono Davide e Francesco. Gli altri compagni hanno preferito seguire la strada asfaltata che passa sulla collina alla nostra destra. Distanti poche centinaia di metri, ma a vista, li vediamo camminare allegri cantando.
Ci ricongiungiamo in prossimità del colle da cui appare Ciraqui, tra campi di grano e vigneti, adagiata come un bimbo in culla, appoggiata a due dolci colline. Case bianche e tegole rosse, colori essenziali, compongono questo nido grazioso, macchia vivace nel mattino sereno.In cammino
Raggiungiamo il paese. Tra le case garrire di rondini felici.
Lorca… Villatuerta…s’è fatto caldo. Qualcuno resta indietro, si ferma a riposare, a pranzare: è l’ultima tappa ed Estella è vicina.
Arriviamo all’albergue verso le tre del pomeriggio, ma alla porta c’è già la lunga coda dei pellegrini. Ottengo comunque senza difficoltà dall’efficiente e gentile ospitalero il posto per noi tutti. Letti a castello, servizi spartani, una sana promiscuità. Faccio un bucato sommario delle mie poche cose nell’assolato cortiletto. Cerco ganci precari a cui appendere maglietta e calzini. Fili e chiodi sono già occupati dai panni di chi è arrivato prima.
C’è tempo. Ritorno con Angelo indietro sul Camino incontro a Marco e ai due ragazzi. Passeggiamo chiacchierando, rilassati. Angelo ed il suo inseparabile toscano. Lui non lo puoi perdere: annusa l’aria e lasciati portare dall’inconfondibile severo profumo del suo sigaro.
Spuntano infine Marco, Davide e Francesco sorridenti e soddisfatti. A Lorca hanno avuto ottimo cibo ed ancor migliore ospitalità.
Ad Estella si conclude questa breve esperienza di pellegrinaggio, bella ed entusiasmante, con il proposito di riprendere la strada l’anno prossimo e raggiungere Santiago di Compostella.


Irache

23 giugno, venerdì
In attesa di prendere l’autobus delle 11 che ci riporterà a Pamplona, qualcuno di noi decide di andare ad Irache, pochi chilometri più avanti sul Camino.Ci spinge la curiosità di vedere la famosa fontana che butta vino. Gruppo pellegriniIn effetti, tra vigneti e capannoni, nel cortile di un’azienda vinicola c’è una fonte con due rubinetti che distribuiscono l’uno acqua, l’altro vino.
Il secondo non è certo generoso: concede appena un filo avaro di un piacevole vino rosato. C’è ressa di pellegrini più che per bere per fotografare questa singolare fonte.
Un poco più avanti, salita la rampa, c’è il severo ed imponente monastero di Irache, questo degno di maggiore attenzione, ma sono le nove ed è ancora chiuso alle visite.
A noi tocca ritornare a piedi ad Estella, mentre vediamo gli altri pellegrini, incontrati sulla strada in questi giorni, allontanarsi verso ovest: in circa tre settimane saranno a Compostella…
In noi la speranza di ripartire e continuare il Camino tra un anno, se Dio vorrà.


I miei compagni pellegrini

Marco, come presidente del gruppo piemontese Amici del Cammino di Santiago, è il promotore e l’anima del gruppo. Docente universitario, ha una profonda conoscenza del fenomeno jacobeo, ma è alla sua prima esperienza come pellegrino a piedi. Affronterà la prova con entusiasmo e ci animerà con il suo buonumore. Supererà, inaspettatamente per uno studioso, la fatica. Una bella sorpresa.

Donata e Raul, colleghi di Marco presso l’università di Trieste. Lui, delicatamente discreto, lei, estroversa e contagiosamente allegra: per loro una prova tosta che hanno affrontato con coraggio. A loro la nostra viva simpatia: passi insieme e convivialità in serena allegria.

Francesco, figlio di Marco, e Davide, quindicenni, compagni di studi ed amici. Alla continua ricerca di “selli” per completare la Credenziale, a caccia di timbri, i più belli, con croci, conchiglie, stemmi, e santiaghi pellegrini e matamoros. In coppia, a correre davanti come i cuccioli del gruppo, o a restare indietro in continua conversazione. Quali saranno i discorsi dei due giovinetti? Argomenti seri naturalmente…ma anche, magari, chiacchere su amichette con i conseguenti messaggini sul cellulare.

Michele ed Armando: zio e nipote. Il solido camminare e la saggezza della valle Maira, e suggestivi canti occitani, le nostre antiche radici.

Angelo, il podista. Ben cinque volte la Cento chilometri del Passatore. Ma qui, sul Camino, si è ricreduto. Anche 25 chilometri costano fatica. Niente paura, se senti profumo di toscano stanno arrivano lui e la sua travolgente irruenza.

Bruno, di Caselle Torinese. Pensionato, in instancabile attività alpinistica. Per lui il Cmino? Una passeggiata. Ma anche lui ha sudato.

Piero, Paola e Guglielmo, di Asti. Affiatati compagni di escursioni, con noi hanno condiviso il cammino. Paola e Guglielmo, sempre in testa. Piero, la tranquillità e la pacatezza della terra artigiana e dotte citazioni che correvano da Pavese a Fenoglio non dimenticando il sommo Dante.